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Nel progetto originario di Lady Ciccone, Edward e Wallis dovevano essere Ewan McGregor e Vera Farmiga, entrambi fuggiti dal film per «impegni concomitanti» e rimpiazzati dai meno noti Andrea Riseborough e James D’Arcy. Non ci stupisce che le star abbiano abbandonato la nave: l’opera seconda di Madonna fa acqua da tutte le parti. Scorrono parallele e tangenti sullo schermo le vite della Simpson, scandalosamente legata all’erede al trono inglese, e della contemporanea Wally, intrappolata in un matrimonio infelice e ossessionata dalla storia della donna da cui prende il nome, al punto di indossare i suoi indumenti (pagati una fortuna all’asta da Sotheby’s) e di dialogare con la sua presenza fantasmatica. La regista, archiviata l’energia grezza che animava l’imperfetto esordio Sacro e profano, non si (ci) risparmia nulla: patinatissima e imbellettata, la messa in scena abbonda in inutili vezzi autoriali, macchina a mano per restituire la confusione interiore, abuso di ralenti, licenze poetiche in odore coppoliano (di Sofia) come la danza sfrenata di Wallis, negli anni 30, su un pezzo dei Sex Pistols. Sulla metà moderna dell’opera, che ingabbia Abbie Cornish in un ruolo inebetito, prevale la metà d’epoca, servita da due buoni interpreti, ma l’intensa prova della Riseborough finisce sprecata nel vuoto pneumatico ed estetizzato di un film che è, più che altro, il capriccio modaiolo di una diva annoiata.

Madonna sceglie un soggetto piuttosto originale per questa sua seconda prova da regia. Capiamo che per una superstar come lei sia piuttosto difficile smarcarsi dal naturale pregiudizio negativo che accompagna chi ha deciso di diventare cineasta a 50 anni dopo una vita da icona di musica e di stile, che per una come lei bisogna essere ancora più che bravi del necessario per risultare credibili, ma ciò non toglie che il film sia piuttosto deludente. Lo è ancora di più perchè la prima parte dei 110 minuti di pellicola non sono niente male: un dramma con un montaggio ellittico che alterna la ricostruzione dell’amore che “sconvolse l’Inghilterra” con la storia per “fiction”, quella di un matrimonio ormai agli sgoccioli e segnato dall’ossessione di lei per ogni cimelio appartenuto alla coppia di suoi beniamini.

La regista muove infatti con eleganza la macchina da presa, pennellate sinuose che ricordano spot televisivi di prodotti di lusso, a prima vista affascinanti, ma sostanzialmente privi di contenuto se si pensa che le immagini dovrebbero servire per aggiungere qualcosa e non semplicemente accompagnare o sottolineare fino alla nausea quanto già sceneggiatura, suono e espressioni degli attori hanno espresso.

La difficoltà nell’asciugare un dramma piuttosto complicato nella costruzione (i punti di contatto tra le due storie emergono solo alla fine, così come la “morale della favola”, i sogni non esistono, ognuno deve prendersi la responsabilità e il rischio delle proprie scelte) si manifesta in particolare nell’ultima mezz’ora di racconto, quando almeno in una decina di momenti si ha la percezione che il film possa chiudersi lì e invece continua… continua… continua… continua.

Tornando al film una cosa in verità c’è di interessante, ed è confrontare come la regista prenda le difese di Edward (e Wallis) allo stesso modo in cui invece Tom Hooper faceva per Giorgio VI, suo fratello: in entrambi i fiacchi film ognuno dei due fratelli non protagonisti (e dunque Giorgio in questo film, Edward ne Il discorso del re) e le rispettive loro consorti, vengono rappresentati o come dei frivoli civettuoli o come dei pettegoli calcolatori a difesa della propria posizione in bilico. Quasi come se ognuno dei due diversissimi registi prendesse una posizione quasi materna nei confronti della coppia che hanno scelto di rappresentare e rendere protagonista. In fondo un regista è un po’ come un genitore del suo personaggio: lo cura e lo rappresenta nel modo migliore e più in linea col proprio carattere e la propria sensibilità. In questo caso lo sforzo purtroppo è stato piuttosto vano e sprecato.