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Capita ormai sempre più spesso che il mondo dei serial tv prenda spunto da quello del cinema. E il grande schermo, a sua volta, pesca più che volentieri dal mondo della letteratura per le sue produzioni. È successo con i vari maghetti alla Harry Potter e con i vampirelli alla Twilight. Nulla di cui stupirsi quindi se, dato il successo della versione cinematografica, la BBC abbia deciso di puntare dritta dritta su l’investigatore più famoso della storia: Sherlock Holmes.

Gli sceneggiatori di questa nuova, brevissima, miniserie (3 puntate in tutto), si sono trovati subito di fronte a un problema. Come creare qualcosa di nuovo su uno dei personaggi più sfruttati di sempre? Quesito tutt’altro che semplice da risolvere, anche perché puntare solo su una forte personalizzazione del carattere del personaggio avrebbe finito per creare un paragone – per forza di cose perdente – con quello messo in scena da Robert Downey Jr. Ci voleva quindi qualcosa di nuovo e rivoluzionario, ed ecco allora la soluzione, forse un po’ banale, ma sicuramente molto rischiosa. Lo Sherlock che vedremo investigare in questa serie non sarà il nobiluomo inglese di fine ‘800, ma un annoiato e quanto mai scontroso investigatore dei giorni nostri. La prima reazione porta a storcere il naso: cosa c’entra Sherlock Holmes con il XXI secolo? Si dovrebbe essere dei maghi a saper far combaciare le due cose. Evidentemente però, nelle vene degli sceneggiatori, scorre il sangue di Merlino, perché il risultato non solo è credibile, ma è anche estremamente intrigante, dimostrando che l’escamotage creato per reinventare il personaggio, per quanto banale si sia in realtà rivelato geniale.

Forse non tutti sanno che Sherlock Holmes ha un fratello e, da quanto scritto nei lavori di Doyle, è ancora più brillante del famoso investigatore. Nella serie (almeno in questa prima stagione) apparirà in una sola puntata, interpretato da Rupert Graves, che qualcuno ricorderà per una piccola parte in “V per vendetta”.

Che “Sherlock” sia una serie sui generis lo si capisce da subito. Dalla cura nei dettagli alla scelta del cast, è indubbio che i produttori hanno creduto nel prodotto e ci hanno investito sopra. Il punto interrogativo più grosso riguardava ovviamente a chi affidare la parte di Holmes. Doveva essere qualcuno capace di colpire sia visivamente che caratterialmente lo spettatore e che ricalcasse il meno possibile il personaggio cinematografico interpretato da Robert Downey Jr. E doveva essere anche qualcuno di veramente bravo.

La scelta è caduta su Benedict Cumberbatch, poco famoso attore inglese, con alle spalle pochi film (Amazing Grace su tutti) e molto teatro. Profilo aquilino, occhi piccoli ma vivaci, figura alta e dinoccolata, Cumberbatch appare quasi perfetto, recitando in maniera convincente e divertente, e dando vita ad un Holmes nuovo e meno – molto meno – dandy rispetto a quello creato da Guy Ritchie. Una recitazione da applausi la sua che, però, non basterebbe a tenere su da sola un’intera serie tv anche se piccola. Al suo fianco, quindi, non poteva mancare l’inseparabile Watson, interpretato da un bravissimo Martin Freeman (Love Actually, Guida galattica per autostoppisti e Hot Fuzz), capace di valorizzare il personaggio di Holmes con la sua presenza un po’ maldestra ma tuttavia utile.

La famosa frase “Elementare, Watson!”, attribuita ad Holmes, non appare mai nei libri di Doyle. È invece frutto di una delle numerosissime rappresentazioni cinematografiche degli anni ’60.

Quello che non può mancare è il paragone con lo Sherlock Holmes originale, quello di Sir Arthur Conan Doyle. Affettivamente lontani dalle donne, con larghe conoscenze nei sobborghi malavitosi di Londra e alla perenne ricerca di qualcosa che ne stimoli la fantasia e l’intelligenza, entrambi gli Holmes appaiono personaggi estranei al proprio mondo (indipendentemente dal secolo di appartenenza) che vivono racchiusi in una sorta di limbo nel quale è difficile entrare ed impossibile uscire.

Lo spiccato spirito d’osservazione (rappresentato in maniera sublime da una regia quasi cinematografica e sottolineato dagli sproloqui adrenalinici del personaggio) ed il completo disinteresse per tutto quello che non sia utile alle indagini, avvicina lo Sherlock nostrano a quello del XIX secolo. I personaggi tuttavia si distanziano per alcuni piccoli particolari. L’età prima di tutto. Lo Sherlock della serie tv è decisamente più giovane di quello letterario, ma non per questo meno credibile. Il rapporto con la droga poi. Il personaggio di Doyle faceva uso di cocaina o morfina ogni volta che era senza un caso, come a voler così mantenere in attività la sua mente. In una sorta di versione più leggera, invece, lo Sherlock della serie tv si tappezza il corpo di cerotti alla nicotina e solo in un’occasione si farà riferimento a qualche tipo di droga più pesante.

Come già detto “Sherlock” è una serie notevole da tutti i punti di vista. Dai colori pastello che sembrano permeare la capitale inglese, alle musiche piacevoli ma mai invadenti. Dai costumi in bilico tra moderno e retrò, alla trama sempre intrigante e pur senza essere mai incomprensibile. Il tutto guidato poi da una regia equilibrata con qualche piccola perla sparsa qua e là per evidenziare il famoso metodo deduttivo dell’investigatore.

Davvero un plauso va fatto per come questi vari tasselli siano stati messi assieme, creando un mosaico in cui il tempo sembra fermarsi e le cui azioni potrebbero svolgersi benissimo nell’affollata Londra moderna o in quella nebbiosa vittoriana.

La serie non poteva che essere accolta con calore sia dal pubblico che dalla critica. Generoso il “The Guardian” che ne fa un mix tra il “Doctor Who” e “The Bourne Supremacy” ed il collegamento con Doctor Who (almeno il Doctor Who del rilancio) non è casuale visto che entrambe le serie sono firmate dalla stessa mano.

Rimane un peccato però che l’intera prima stagione sia composta da soli 3 episodi e che anche la seconda (in arrivo sugli schermi italiani) sia destinata a non superare le tre puntate. Un’altra scelta controcorrente, in un mondo che ultimamente tende a dilungare e spezzettare il più possibile. Una scelta che fa di “Sherlock”, se aveste ancora dei dubbi, una serie da vedere assolutamente.

“Sherlock” è senza ombra di dubbio un’ottima serie. Appassionante, divertente, per certi versi originale. Non stupisce che la BBC abbia insistito per creare una seconda stagione che tra l’altro, almeno a giudicare dall’ultima puntata della prima stagione, sarà senza dubbio scoppiettante. Noi aspettiamo fiduciosi, sperando che l’insistere sul medesimo canovaccio non diventi troppo ripetitivo, pericolo che però sappiamo essere lontano dal concretizzarsi visto quanta qualità hanno sfornato le produzioni inglesi in questi ultimi anni.

Nell’attesa che arrivi in Italia la seconda stagione di questa sfumeggiante e particolare serie tv, possiamo ingannare l’attesa con l’edizione Home Video della prima stagione che proprio in questi giorni è arrivata sugli scaffali di tutte le videoteche. La serie è disponibile in doppia edizione con la classica  edizione in DVD che in soli due dischi raccoglie l’intera serie con traccia video con risoluzione 1.78:1 anamorfica e traccia audio in Dolby Digital 5.1 ed in edizione Blu Ray con traccia video in risoluzione 1080P e traccia audio in standard Dolby Digital 5.1 purtroppo entrambe le edizioni sono prive di contenuti extra significativi e di questo ci rammarichiamo vista la bontà del prodotto che di certo meritava qualcosina in più.