2:22 - Il destino è già scritto

In 2:22 – Il destino è già scritto, il controllore del traffico aereo Dylan Boyd (Michiel Huisman), si ritrova intrappolato in una catena di suoni ed eventi casuali, che si ripetono identici ogni giorno alla stessa ora, e terminano alle 2:22 in punto alla stazione ferroviaria di New York.


La successione regolare, che si esaurisce nell’arco della giornata per ricominciare la mattina successiva, prende il via da un avvenimento significativo avvenuto sul luogo di lavoro: accecato per qualche istante da un improvviso lampo di luce, Dylan riesce per un soffio a scongiurare la collisione tra due aerei turistici. Tra i passeggeri scampati alla tragedia sfiorata, c’è anche Sarah (Teresa Palmer), una bellissima ragazza che lavora in una galleria d’arte, dalla quale Dylan si sente incredibilmente attratto. Proprio Sarah potrebbe essere la chiave per spezzare la nauseante ripetizione di eventi che scandisce la sua vita, ma non prima di aver indagato e colto i messaggi celati nello schema tracciato dal tempo.

2:22 – il destino è già scritto, diretto dall’australiano Paul Currie, ha tutti i connotati della trasposizione, fallimentare, di quello che potrebbe benissimo essere un manga giapponese.

Il protagonista dotato di particolari capacità “recettive”, lo spaesamento del singolo all’interno della tentacolare realtà metropolitana, l’amore come antidoto al nichilismo e alla spersonalizzazione.

Tutti elementi tipici, per chi bazzica almeno un po’ il mondo dell’intrattenimento nipponico, di opere originarie del Sol Levante (molte delle quali, è bene ricordarlo, dotate di una fisionomia autoriale notevole), appaiono qui schiaffati, irrimediabilmente, nel frullatore di un thriller statunitense di bassa caratura e ridotti al livello di minestra riscaldata.

Se si potrebbe pensare che il film decida di esplorare l’affascinante idea che esistano veramente degli schemi prestabiliti che determinano le nostre esistenze, si scegli invece purtroppo la strada della sciapa storia d’amore tra i due bellocci di turno. Assistiamo quindi al classico primo incontro, in cui Dylan conosce la gallerista Sarah (Teresa Palmer), che viaggiava su un aereo che lui ha quasi fatto schiantare contro un altro sulla pista. A sottolineare la pochezza della sceneggiatura di Todd Stein e Nathan Parker (Moon), lo scambio di battute che fa scoccare la scintilla tra i due suona più o meno: “Ero su quel volo.” “Ti ho quasi uccisa”. “No, mi hai salvata” … Più tardi, il gelosissimo artista quasi fidanzato di Sarah, lo stereotipatissimo Jonas (Sam Reid), mette addirittura in piedi una mostra di luci olografiche che replicano esattamente nel dettaglio … le situazioni esatte vissute da Dylan! L’uomo sta forse impazzendo? Quello che ha notato ogni giorno è soltanto una coincidenza, una possibilità su miliardi ci combinazioni possibili? Non bastasse, da qui si apre anche una sottotrama che coinvolge una strage avvenuta 30 anni prima proprio alla Grand Central Station. Currie dimostra di avere occhio e sa costruire sequenze visivamente intriganti, ma non la capacità di far convergere tutti gli spunti in qualcosa di davvero accattivante o poco scontato.

L’orario delle 2:22, che da il titolo al film stesso, non sembra far scaturire alcun che di decisivo ai fini della trama, se non una noiosissima scena, proiettata decine di volte, che mostra la stazione di Grand Cental, con le stesse persone, sempre alla stessa ora, fino alla nausea. Per non parlare poi di queste fantomatiche stelle e costellazioni che compaiono ogni tanto e che dovrebbero, non si sa come, fornire ispirazione al protagonista, segnalandogli la strada maestra.

E proprio i due protagonisti sono i chiodi sulla bara di un film terribile. Michiel Huisman, bellissimo e famoso soprattutto per essere Daario Naharis in Il Trono di Spade, non riesce ad aggiungere profondità ad un personaggio che già di suo è scritto con i piedi, senza mordente, senza originalità, niente. Se possibile andiamo ancora peggio con la protagonista femminile, Sarah, interpretata da Teresa Palmer, anche lei bella, anche lei un disastro nei panni di una sorta di bella addormentata che subisce gli eventi senza trasmettere alcuna emozione.