Amiche di sangue

Amiche di sangue è un film di genere drammatico, thriller del 2017, diretto da Cory Finley ed interpretato da: Anya Taylor-Joy, Olivia Cooke, Anton Yelchin, Paul Sparks, Francie Swift, Kaili Vernoff, Svetlana Orlova, Celeste Oliva.


Chi non ha mai avuto un’amica d’infanzia? E se quell’amica vi trascinasse in una follia omicida, cosa fareste? Entrambe del Connecticut, Lily (Anya Taylor-Joy) ha sempre frequentato le scuole più esclusive e si è fatta una cerchia d’amicizie d’élite, mentre Amanda (Olivia Cooke) è una ragazzina dalla spiccata intelligenza che ha difficoltà a integrarsi nel contesto sociale.

Ciò che scatena i retroscena angusti della trama è il patrigno di Lily. La ragazza, supportata dall’amica, vuole pianificare il suo omicidio e assolda uno spacciatore locale, interpretato da Anton Yelchin per portare a termine l’arduo incarico.

Nonostante Cory Finley avesse scritto per il teatro la sceneggiatura di Amiche di Sangue, è riuscito ad adattarla seguendo un’idea di cinema talmente precisa che è impossibile percepirlo.

L’esordio alla regia di questo giovane regista statunitense è folgorante nella sua limpidezza e, pur con tutte le ingenuità del caso, riesce contemporaneamente a divertire, far riflettere e spingerci a meditare sull’importanza non solo dell’empatia, anche della capacità unica dell’arte di superare la mortalità.

Lo fa con discorsi diretti, semplici, privi di giri di parole, ma soprattutto attraverso le immagini, mostrando due amiche (che forse non sono così tanto amiche) sedute sul divano davanti alla televisione, a guardare film vecchissimi, in due scene molto diverse ma altrettanto essenziali: nella prima, che cita il noir del 1949 Due Ore Ancora di Rudolph Maté, diventa un commento meta-cinematografico sui sentimenti e sulla finzione, e su quanto le due cose possano essere a volte strettamente collegate; la seconda, che ha luogo mentre viene proiettato La Piccola Principessa di Walter Lang (1939), si interroga sull’illusione di immortalità che il cinema è in grado di conferire ai propri interpreti.

Tuttavia, Amiche di sangue sembra mancare di profondità nel raccontare le sue due protagoniste, personaggi per cui è molto difficile provare un minimo sindacale di simpatia, e non per la loro condizione di assoluto privilegio, ma perché non sono definite da altro se non i loro aspetti più evidenti e superficiali: Amanda è sociopatica e Lily è capricciosa. La colpa non è delle due attrici: la Taylor-Joy di The Witch ormai non è più né una promessa né una sorpresa, data la sua costante presenza come nuova musa del cinema indipendente e la Cooke, al contrario, rivela delle qualità recitative insospettabili, soprattutto in un ruolo per lei non consueto. Il problema è di scrittura perché, nonostante Finley sia bravissimo, nei primi minuti, a impostare un’atmosfera di aridità emotiva sotto la patina degli ambienti di lusso splendidamente fotografati in cui si muovono e tramano le due ragazze, non vuole o non può spingersi fino alle più estreme conseguenze e, così facendo, lascia che siano le due attrici a riempire i vuoti lasciati da una caratterizzazione molto, troppo leggera.

Al di là di questo, comunque, sorprende l’autorità con la quale l’esordiente Finley riesce a gestire il set e lo spazio cinematografico a sua disposizione, utilizzando ogni dettaglio per esprimere le tante condizioni di disagio psicologico ed emotivo delle due giovani protagoniste, dalle quali il regista è il primo ad essere intimorito e affascinato.

Le carrellate e i dolly, così come le continue messe a fuoco, sembrano le tecniche di uno studio quasi documentaristico nella sua ossessività compulsiva: con la splendida collaborazione di Lyle Vincent (dop di A Girl Walks Home Alone at Night e The Bad Batch della regista iraniana Ana Lily Amirpour) Finley indaga nelle anime di Lily e Amanda alla ricerca di un barlume di luce, di qualcosa di autentico e che brilli davvero, al di là del lusso esagerato che ricopre le loro vite. Lo cerca in continuazione, dal primo all’ultimo minuto. Ma non lo trova mai. E il film non si intenerisce nel suo incedere, anzi, diventa sempre più duro e spiacevole.  Questo è grande cinema.