Aspettando il re

Basato sul romanzo di Dave Eggers, Aspettando il re è un racconto di attesa e di incontri, nel quale Tom Hanks interpreta un attempato uomo d’affari americano sull’orlo della bancarotta.


Il cinquantenne Alan Clay (Hanks) viene spedito dall’altra parte del pianeta dalla società informatica per la quale lavora, a concludere con il re dell’Arabia Saudita l’affare del secolo. Nella valigetta, un sistema di teleconferenze olografiche-tridimensionali per un’avveniristica città in costruzione nel deserto. Ma una volta atterrato lo aspetta una sconvolgente verità: non solo la città del futuro è un cantiere a cielo aperto, sepolto dalla sabbia e sorvegliato da operai impegnati a sonnecchiare, ma il re che avrebbe dovuto ricerverlo, è assente da ormai molti mesi. Disorientato dalle usanze locali ed estenuato dai lunghi tempi di attesa, Clay si tiene stretti gli ologrammi e i sogni di risollevarsi, mentre impara a conoscere la città attraverso lo sguardo dell’autista Yousef (Alexander Black) e della bella dottoressa Zahra (Sarita Choudhury). Così il viaggio di lavoro programmato per incontrare l’inafferrabile sovrano, diventa anticamera di un’esperienza culturale straordinaria, che lo porta a desiderare una nuova possibilità in quella terra lontana ed esotica. 

Girato tra il Marocco e l’Egitto per simulare l’Arabia Saudita, Aspettando il Re si prende il tempo per parlare soprattutto di collaborazioni, di amicizie e di amori, in un periodo di crisi economica mondiale e di nuove contrattazioni economiche. Alan Clay (argilla, materiale malleabile e permeabile) viene mandato in malo modo da Boston a Jedda sulla base di un vecchio e inverosimile contatto con il nuovo Re. La situazione economica di Alan non permette dubbi di sorta dato che egli è alle prese con il divorzio dalla esigentissima moglie, le spese del college per la figlia e la propria situazione di “quasi” disoccupazione (creata per errori di valutazione da egli stesso). Alan quindi parte ritrovandosi in un posto sconosciuto tra sconosciuti, dove può ridiscutere se stesso partendo almeno da un punto iniziale, cioè la propria stanchezza. E non si tratta solo del jet-lag devastante, o della sacca di grasso da asportare dalla schiena, ma pare proprio essere una metafora della stanchezza che l’Occidente si porta dietro.

Nel film Tykwer sottolinea per due volte la caduta di Alan da una sedia che gli si rompe sotto il sedere. Come se ormai la stabilità di ciò che sta sotto o dietro di noi sia assolutamente precaria mentre dovremmo guardare meglio ciò che sta davanti a noi.

È un film piuttosto ambiguo per certi versi Aspettando il re, specie per i ribaltamenti che subisce la sua critica a quel capitalismo da tempo morente, ma sempre pronto a risorgere dalle sue ceneri, in ogni dove. La storia in cui ci ritroviamo immersi è fatta poi di trovate bizzarre, qualche cliché, numerose partenze e altrettanti arresti. Arresti che però non risultano mai troppo bruschi, né riescono a inficiare una struttura narrativa che è frutto di un adattamento accorto e raffinato del romanzo di Eggers, firmato dallo stesso Tykwer.

Peccato questa uscita nelle nostre sale tardiva e un po’ in sordina, perché questo oggetto non identificato e difficilmente incasellabile è pulsante di vita e di intuizioni, geopolitiche, culturali e sentimentali. Si veda la lunga e spassosa sequenza del party presso l’Ambasciata danese, un ricettacolo di personaggi e passatempi di dubbio gusto, perfetto crogiuolo di un’umanità occidentale in cerca di sfrenato spasso notturno. Interessante è poi la visita del nostro eroe in un condominio in costruzione nella città-fantasma, dove giacciono nell’androne le insegne succitate di fast food americani in arrivo, mentre pochi piani sopra gli operai abbrutiti litigano ferocemente l’uno contro l’altro, e nel misterioso interno 501 un lussuoso appartamento con tutti i comfort si affaccia sul deserto circostante, quale cattedrale inneggiante al benessere, ma costruita sul nulla.

Aspettando il re intavola dunque un discorso piuttosto diretto e lineare: nelle battute iniziali, grazie anche a un’indovinata scelta degli ambienti, regala più di qualche stimolo, ma col passare dei minuti finisce con l’incanalarsi nei classici canoni della commedia romantica. In questo senso, anche le (poche) idee interessanti della prima parte non riescono ad aggiungere nulla di originale a un argomento – la spersonalizzazione delle relazioni e l’alienazione fisica nel mondo della virtualità – negli ultimi tempi decisamente inflazionato, finendo per dare a Aspettando il re l’inconsistenza di un ologramma.