Nel film un investigatore privato, ex poliziotto caduto in disgrazia (il solito, tostissimo Mark Wahlberg) deve indagare sulle infedeltà della moglie del sindaco di New York proprio nei giorni decisivi che lo porteranno a una probabile rielezione come primo cittadino. Ma la vicenda, come il noir classico insegna, si complicherà terribilmente. Scritto dall’esordiente Brian Tucker, che confeziona una narrazione classica ricca di rimandi a tanti classici del genere, Broken City ha senz’altro un punto di forza nel cast solido e ben amalgamato: Wahlberg è perfetto nel ruolo del private eye, deluso da tante sconfitte nella vita e in vena di riscatto. Ha la faccia e il fisico perfetti per il ruolo e soprattutto è abbastanza sbruffone da ricordare tanti detective del genere. E anche gli altri funzionano: Crowe e la Zeta-Jones (con quest’ultima che purtroppo ha perso tanto charme a causa di improvvidi lifting) sono ambigui al punto giusto e le cosiddette spalle sono attori del calibro di Jeffrey Wright (il capo della polizia), Barry Pepper (lo sfidante di Crowe), Griffin Dunne (il finanziatore del sindaco) e, buon ultimo, Kyle Chandler attorno al quale ruotano i tanti segreti del film.

Mark Wahlberg è sicuramente uno degli attori del momento, fisico da modello e volto a misura dei diversi ruoli poliziesco che ha in curriculum: da The Departed a Broken City, senza dimenticare che è stato anche protagonista di Ted, successo comico recente. Wahlberg è credibile nei panni di Taggart e riesce a mettere in  mostra tutto il conflitto che lo pervade tra passato e presente. Di una spanna sopra Russel Crowe ma merita assoluta menzione Barry Pepper, l’avversario di Hostelet alle elezioni, volto fulminante per espressione e interpretazione.

Il film, che Allen Hughes dirige con poca verve, sembra trovare sprazzi di plausibilità e atmosfera grazie al personaggio interpretato da Russel Crowe, più che negli interni lussuosi dove si consumano ricatti che negli esterni disperati in cui ci si minaccia con la pistola. Nonostante una serie di idee non banali e delle possibilità di sviluppo interessanti, Broken City si perde nei dettagli e nelle atmosfere, nei dialoghi e nelle motivazioni dei personaggi. Vorrebbe essere una piccola chicca di serie B, un film dalle atmosfere cupe che si sporchi le mani con la corruzione e lo schifo che domina il mondo, con il coraggio di non offrire facili vie d’uscite, ma come un whisky di pessima marca, il colore non corrisponde al sapore e più si va avanti più vien voglia di smettere, invece che riceverne una botta di piacere proporzionale allo stordimento.

Hughes pone in grande risalto la componente visiva, da sempre un must del curriculum cinematografico dei due fratelli – nonostante qui vi sia solo Allen – la quale, però, proprio a causa di una fin troppo accentuata artificiosità, risulta solo puro esercizio stilistico fine a se stesso.

Condizionato da una sceneggiatura (a firma dell’esordiente Brian Tucker) incapace di andare oltre il già visto, il regista vorrebbe indagare a fondo su ciò che si cela sotto il look patinato di Manhattan (qui orfana del fascino che è solita sfoggiare, anche in versione notturna), pur mantenendo alto il livello di intrattenimento. Obiettivo mancato sia nell’uno che nell’altro versante, perchè il film non svela nulla che non fosse già noto a tutti fin da subito e non colpisce al di fuori di qualche sequenza tecnicamente pregevole. Colpi di scena ridotti all’osso, interpretazioni di routine e una tensione pressoché nulla completano una prova di cui si sarebbe fatto volentieri a meno.

Risibile, infine, il teorico atto d’accusa verso le istituzioni e la corruzione che regna nelle amministrazioni cittadine. Si tratta di una pellicola che di sicuro non entusiasma molto in sala, ma una volta approdato sul piccolo schermo potrebbe essere tutto un’altra storia.