Captain Phillips – Attacco in mare aperto è la disamina a diversi livelli del dirottamento della nave porta container U.S.A. Alabama da parte di una banda di pirati Somali avvenuto nel 2009. Il film è allo stesso tempo un thriller ad alta tensione ed un ritratto della miriade di effetti collaterali della globalizzazione. La storia è incentrata in particolare sulla relazione tra il Comandante della Alabama, il Capitano Richard Phillips, e la sua controparte somala, Muse.

Basato su fatti realmente accaduti, Captain Phillips è diretto dall’inglese Paul Greengrass, regista di due episodi della saga di Bourne, sempre attento al tessuto socio-politico attuale come dimostrato con Bloody Sunday,United 93 e Green Zone. Quest’ultima prova è tratta dal libro Il Dovere di un Capitano, scritto dallo stesso Richard Phillips, comandante della Maersk Alabama e protagonista dei tragici fatti raccontati, insieme al romanziere Stephan Talty.

Girata in maniera essenziale e priva di fronzoli, la pellicola riesce ad evitare la retorica “patriottica” e un po’ pedante di certi titoli americani, pur non rinunciando a mettere in luce il pragmatismo e l’efficienza militare statunitense; allo stesso modo non cade nel rischio opposto di prendere acriticamente le parti degli svantaggiati rappresentanti del terzo-mondo. Il punto di vista degli assalitori è messo in luce tanto quanto quello degli assaliti e documenta come, in certe situazioni, non ci siano eroi e malvagi, vincitori e vinti, quanto piuttosto esseri umani figli di circostanze di partenza diverse.

Greengrass è il regista di opere come United 93 – su un altro fatto di cronaca terroristica, il dirottamento di uno degli aerei dell’11 settembre 2001, quello che cadde nelle campagne della Pennsylvania – e Bloody Sunday, sulla domenica di sangue del 30 gennaio 1972 a Derry, Irlanda del Nord; ma ha anche diretto due capitoli della saga di Bourne, The Bourne Supremacy e The Bourne Ultimatum – Il ritorno dello sciacallo. Realtà e ricostruzione del reale vs. finzione e forza dei generi. In Captain Phillips i filoni confluiscono. C’è il fatto: l’abbordaggio. C’è il thriller. C’è il confronto tra il capitano e il leader dei pirati. Ci sono due uomini stretti nella tenaglia di poteri lontani che li sovrastano. C’è una storia di sopravvivenza: per il comandante, i suoi uomini nascosti sottocoperta e il suo cargo, come anche per i fuorilegge.

Nelle mani di Greengrass – grazie alla sua attenzione per persone, psicologie, dettagli e quel gli anglosassoni chiamano “the big picture”, ma anche al copione di un altro uomo di cinema dallo sguardo acuto come Billy Ray – quel fatto di cronaca raccontato dai media di tutto il mondo, e dal libro su cui il film è basato, diventa l’ennesima riflessione su una geopolitica esplosa e impazzita, dove la cesura dell’11 settembre continua a generare crepe, ferite e divisioni, dove la presenza globale, opulenta e imperante degli Stati Uniti si scontra con realtà locali diametralmente opposte.

Nel film di Greengrass lo scontro non è tra pirati e abbordati, né tra buoni e cattivi. Lo scontro è tra due modi diametralmente opposti, eppure coincidenti, d’intendere il comando, la responsabilità, il dovere e la necessità. Tra due mondi, anzi, tra due visioni del mondo: la prima, occidentale, placidamente sicura di sé, middle-class di Richard Phillips; la seconda, povera e disperata, terzomondista, di Muse, capo della piccola squadra di pirati somali che assalta la Maersk Alabama.

Eppure, tra Phillips e Muse, nemici obbligati ma pieni di rispetto e una comprensione quasi telepatica l’uno per l’altro, finiscono entrambi sconfitti, e per mano dalle loro stesse parti. Muse fatica a far comprendere la sua posizione obbligata a Phillips e a tenere a bada i suoi; il personaggio di un bravissimo Tom Hanks vede ogni suo sforzo vanificarsi, e trova salvezza solo nell’arrivo della forza militare del suo paese.  Di fronte all’attrito fra politiche e culture, la sintesi della moderazione appare impossibile, e a vincere sono gli estremismi, i bellicismi, l’uso della forza.

Come nei migliori grandi classici, il crescendo emotivo corre verso un apice che tutti possiamo prevedere – essendo il libro di partenza una autobiografia – ma questo non inficia la sensazione di tensione costante nello svolgersi dell’azione e nello sviluppo delle strategie dei due capitani contrapposti, ma soprattutto non ci prepara a un finale nel quale l’emozione cercata ci sorprende per la sua potenza.