Chiamatemi Francesco

Chiamatemi Francesco è il racconto del percorso che ha portato Jorge Bergoglio, figlio di una famiglia di immigrati italiani a Buenos Aires, alla guida della Chiesa Cattolica.


È un viaggio umano e spirituale durato più di mezzo secolo, sullo sfondo di un paese, l’Argentina, che ha vissuto momenti storici controversi, fino all’elezione al soglio pontificio nel 2013. Negli anni della giovinezza Jorge è un ragazzo come tanti, peronista, con una fidanzata, gli amici, e una professoressa di Chimica, Esther Ballestrino, cui rimarrà legato per tutta la vita. Tutto cambia quando la vocazione lo porterà a entrare, poco più che ventenne, nel rigoroso ordine dei Gesuiti. Durante la terribile dittatura militare di Videla, Bergoglio viene nominato, seppur ancora molto giovane, Padre Provinciale dei Gesuiti per l’Argentina. Questa responsabilità in un momento così tetro metterà alla prova, nel modo più drammatico, la fede e il coraggio del futuro Papa. Jorge nonostante i rischi si impegnerà in prima persona nella difesa dei perseguitati dal regime – ma pagherà un prezzo umanamente altissimo vedendo morire o “scomparire” alcuni tra i suoi più amati compagni di strada. Da questa esperienza Bergoglio uscirà cambiato e pronto a vivere il suo impegno futuro nella costante difesa degli ultimi e degli emarginati.

Chiamatemi Francesco non vuole essere un film religioso e in effetti non lo è. Ma è evidente che lo sguardo di Luchetti è pieno di ammirazione nei confronti di Bergoglio, poco distaccato e dubbioso. Il regista lo ammette: “È un film che racconta un personaggio che crede. E nel raccontarlo sono stato dalla sua parte, ammirando e invidiando ogni sua scelta, cercando di mettere assieme gli indizi, scrutando il suo volto durante omelie e interviste di ‘prima’ della sua elezione, e infine cercando di rispettare una verità – sia pure ipotetica – ma soprattutto le leggi del raccontare, che impone il tentare di essere comunicativi senza barare”.
Luchetti ha vissuto una sorta di catarsi nella lavorazione al film: “Io, laico, ho vacillato più volte. Facendo questo film molte delle mie idee si sono trasformate. Tutto è passato più attraverso il cuore che la testa”. Il cuore viene però poco scaldato dai 98 minuti di visione. Anche durante gli anni cruenti della dittatura il coinvolgimento è poco alimentato (scena dell’areo a parte).

Disarmante è la piattezza con cui vengono messi in scena i primi passi del Bergoglio sacerdote, posto sin da subito nella complessa e delicata posizione di superiore provinciale del proprio Paese; ruolo reso oltremodo arduo dalla dittatura che l’Argentina attraversa in quel periodo, quando bastava un sospetto, si appurerà in seguito, per “scomparire” – ad opera dei militari, s’intende. Qualora l’asettica prima parte non fosse sufficiente a chiarirci la natura del prodotto, è in questo passaggio che cominciano ad emergere con chiarezza quegli elementi che servono a leggere il film: Bergoglio piange, s’adira, fa buon viso a cattivo gioco, con diplomazia timidamente gesuitica. Ma è pur sempre il buono, al peggio colui al di sopra delle parti.

Rodrigo de la Serna interpreta il giovane Bergoglio. L’artista argentino è noto al pubblico per le sue performance recitative in film quali I diari della motocicletta del 2004, Cronaca di una fuga – Buenos Aires 1977 del 2006 e Segreti di famiglia del 2009. Nei panni del Bergoglio più anziano, invece, troviamo l’attore cileno Sergio Hernandez, di cui ricordiamo la presenza in opere come No – I giorni dell’arcobaleno del 2012 e Gloria del 2013. La sua risata finale incarna in maniera gioiosa l’ironia della vita.

Chiamatemi Francesco – Il Papa della gente non eccede in positività né in negatività, mantenendo un equilibrio che lo porta ad essere un prodotto ben strutturato e interessante. Nonostante però lo stile più autoriale verso il finale il film, come già espresso sopra, mantiene un andamento piatto, disarmante e dai ritmi decisamente televisivi, che ben poco si addicono al linguaggio filmico tipico del grande schermo.