In Diamante nero Marieme, la protagonista, è oppressa da una difficile situazione familiare ed emarginata a scuola, si unisce a un gruppo di tre coetanee dallo spirito libero che le fanno conoscere quell’orgoglio e quella solidarietà che erano sempre mancati nella sua vita. Ma trovare la propria strada verso l’età adulta si rivelerà più difficile del previsto.


Diamante Nero racconta una storia tutta al femminile e lo fa con lo sguardo rivolto ai disagi della società che si intersecano con il percorso di crescita di una sedicenne. La periferia si infittisce di violenza, sesso e droga, lasciando in sottofondo il ritmo della musica.

La banda diventa una famiglia a tutti gli effetti, un modo per sfuggire alla realtà costruita di regole e proibizioni. Un mondo parallelo dove il più forte vince e i deboli soccombono all’umiliazione. L’amicizia e l’appartenenza al gruppo fanno il resto creando una simbiosi tra la società esterna e i sentimenti dei protagonisti stessi.

Marienne ha 16 anni e vive un’esistenza difficile e immobile. Il nucleo famigliare è composto da una madre quasi inesistente, da un fratello maggiore che fa da padrone e da due sorelle più piccole a cui badare.

L’incontro con tre ragazze porterà la protagonista a diventare più forte e coraggiosa, entra a far parte di una banda tutta al femminile che in poco tempo diviene la sua famiglia. Diventare grandi è però un percorso difficile che Marienne sceglie di fare da sola.

Il cinema transalpino, soprattutto quello più recente, è sempre stato affascinato dalle “bande di ragazze”, si pensi a 17 ragazze di Delphine e Muriel Coulin o a Foxfire – Ragazze cattive di Laurent Cantet. In ciascun manipolo al femminile è l’unione che fa la forza. Anche le quattro splendide protagoniste di Diamante nero (Bande de filles) si sentono forti e invincibili (il nomignolo Vic dato a Marieme rimanda non a caso alla vittoria) solo restando unite, un cuore solo e un’anima sola al largo della controllata anarchia delle bande di quartiere. Se nel precedente Tomboy Cèline Sciamma scandagliava la relazione esistente tra identità sessuale e piena pubertà, in Diamante nero il romanzo di formazione cresce e si estende allo stadio d’età successivo, l’adolescenza, a quell’età dei “teen” tanto delicata quanto pericolosa. La protagonista Marieme ha sedici anni, due sorelle minori che adora, un fratellone che fa le veci del padre padrone assente, una mamma fagocitata dal lavoro. Vic è alla ricerca del proprio posto nel mondo e trova gioia e riparo in tre coetanee che si atteggiano da dure, un attitudine che a più riprese percepiamo più come un divertimento e un passatempo che non un credo a cui votarsi.

Dal punto di vista tecnico, la Sciamma sceglie un montaggio episodico, che ricalca quello delle “serie tv”. Numerose le dissolvenze: tanto nero, anche, fino a un minuto e mezzo, per suddividere la storia in capitoli ed enfatizzare le fasi salienti. In tutti gli episodi, c’è sempre la magnetica Karidja Touré, capace di plurime metamorfosi, senza perdere in fascino e in intensità.

Un film innovativo, delicato, ma allo stesso tempo profondo, che colpisce al cuore dello spettatore, senza morbosità né spettacolarizzazione del disagio. La Sciamma è in trattative per farne una serie, in America, dove la convivenza etnica è un tema caldo e manca un’adeguata produzione cinematografica.

Quella che all’inizio poteva sembrare una parabola sul bullismo fortunatamente si apre a ben altro. La Sciamma abbandona sin da subito ogni velleità autoriale di denuncia e si “limita” innanzitutto a fare bene ciò che ha fatto coi suoi due precedenti film: narrare la quotidianità adolescenziale, con tutte le sfumature, i dettagli e i tocchi che riesce magicamente a capire e mettere in scena con una verosimiglianza unica e parlando il linguaggio dei giovani.