Prima d’iniziare la recensione dell’ultimo film di Tarantino, bisogna fare alcune premesse, forse molti di voi non lo sanno, ma per decenni il cinema fu dominato da alcuni generi, per esempio negli anni 30-40 a fare da padrone era il genere Horror con i cosi detti film di mostri come Dracula, Frankenstien, Uomo Lupo; negli anni 50 ci furono i film di fantascienza con invasioni aliene e mostri radiativi, negli anni 60 di nuovo l’Horror delle inglesi Hammer e Amicus, di Corman con AIP, delle sexy ambigue vampire di Rollin e del nostro Mario Bava.

Quando un film aveva successo per una casa, le altre si buttavano a pesce sul quel genere senza pensarci troppo, oggi la stessa cosa è successo con i film di supereroi e per tutte le opere tratte dai fumetti non sempre con buoni risultati, e con il genere fantasy dove spesso si cerca d’emulare (senza riuscirci) il successo di saghe come Il Signore degli anelli o di Harry Potter.

Così per molti decenni il genere western fu tra i più prolifici della storia del cinema fin dai tempi del cinema muto. Agli americani il western piaceva molto, forse perché era un genere tutto loro invece degli altri che erano stati in un certo senso importati dall’Europa. Il Western raccontava in un certo senso la loro storia, o meglio quella che volevano sentire. Il primo “vero” film Western con tutti i cannoni del genere fu Ombre Rosse (1939) di John Ford con un giovane John Wayne nel ruolo del protagonista eroe e fuorilegge, il film racconta la storia del viaggio di una diligenza nel territorio degli indiani in guerra, a bordo ci sono diversi personaggi che diventeranno poi gli stereotipi del genere: il giocatore di poker interpretato da Vincent Price (prima dei film horror di Corman), il dottore alcolizzato, la ballerina prostituta, lo sceriffo senza macchia, naturalmente gli indiani e il proverbiale “arrivano i nostri” cioè le giubbe blu americane. Da Ombre Rosse il genere esplose in migliaia di titoli, alcuni veri capolavori come “Sentieri selvaggi, Il Grinta, I Magnifici sette, Quel treno per Yuma, mezzogiorno di fuoco”. Stella incontrastata di questa fase del genere era John Wayne che interpretava l’eroe spesso grande, buono e anche divertente, altre volte un anti-eroe come in Sentieri Selvaggi e nel Grinta.

Naturalmente il Western non poteva sempre restare uguale a se stesso così con la seconda metà degli anni 60, il genere subì un cambiamento con i cosiddetti spaghetti-western di cui i più famosi sono quelli di Sergio Leone, la sua trilogia del dollaro: Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, il buono, il brutto e il cattivo e poi C’era una volta il west quest’ultimo segna proprio il tramonto del west come frontiera infinita e anche lo scontro tra il vecchio west di John Ford interpretato da Henry Fonda (l’eroe oramai al crepuscolo) e gli spaghetti western del personaggio Armonica di Charles Bronson. Da notare che nei film di Leone molti protagonisti “non hanno un nome” vedi i personaggi di Clint Eastwood. Ma al contrario dei film western più tradizionali gli spaghetti western sono quasi sempre stati visti come film di serie b e forse molti non lo sanno, ma il genere spaghetti Western, nasce nell’estremo Ovest, cioè in Giappone dai popolari film di samurai.

L’idea per il film: Per un pugno di Dollari venne a Leone dopo aver visto il film Yojimbo di Akira Kurosawa, era successa più o meno la stessa cosa tra I sette samurai (1954) e I magnifici sette (1960). Questo perché i samurai o meglio i rojin e i pistoleri dei western condividevano molto, entrambi eroi solitari e senza terra e senza patria, la loro vita o morte era dovuta dall’abilità con la propria arma: Katana o Colt, ed ha tutte due un certo codice d’onore.

La differenza tra un western tradizionale e lo spaghetti western si potrebbe riassumere in una parola: la sporco.

Uno spaghetti western è sporco, sono sporchi i vestiti dei personaggi, sporchi di sabbia del deserto sempre presente, sporchi di sangue spesso addirittura sono degli stracci. I nostri “eroi” hanno pure una pessima igiene, e sono spesso sudati. Sporchi sono anche i loro animi, non esistono veri eroi in quei film, anzi spesso proprio non esiste la distinzione tra buoni e cattivi, questo perché il loro mondo è sporco. Il west è da sempre una terra senza legge, ma nonostante questo i personaggi di questi film hanno un certo codice d’onore.

Con il successo del genere degli spaghetti western furono girati centinaia di film, persino delle parodie, tale fu il successo sia da noi che all’estero che quasi tutti i registri dell’epoca ne hanno diretto almeno uno. Quei film garantivano buoni incassi e spese molto contenute, si giravamo spesso in Spagna o in altri paesi mediterranei che potevano passare senza troppi problemi per aree desertiche del west americano, le tasse in quei paesi erano basse, la moneta insignificante e la manodopera a buon mercato. Come spesso accade in pochi anni gli spaghetti western hanno finito la loro corsa e dei centinaia di film prodotti solo di pochi è rimasta memoria, tra questi i primi e di migliore qualità cioè i film di Leone che si consacrò come grande registra del genere, tanto che molti credono che abbia fatto solo quel tipo di film.

Ma in qualche modo gli spaghetti western sono sopravvissuti, nelle loro inquadrature infinite, nei loro paesaggi brulli, ma fondamentali nell’economia della storia, nello zoom e nei movimenti di macchina e delle musiche veramente bellissime e azzeccate in ogni scena.

Questi film hanno cresciuto intere generazioni di registri e non solo, basti pensare alle prime scene di Star Wars IV la nuova speranza, dove i paesaggi, le locande e persino Ian Solo (quando sparava per primo nelle prime versioni) tutto sembra essere uno spaghetti western nonostante in cielo ci fossero tre soli a splendere.

Qualcuno si chiederà il perché di questa lunga premessa, ebbene Django Unchained è uno spaghetti western, ne ha tutte le caratteristiche, naturalmente con tutta l’ironia, la violenza estrema e il ritmo di un film di Tarantino.

Il film nasce come remake di uno spaghetti western: Django di Sergio Corbucci con protagonista Franco Nero, al suo primo ruolo importante. Django è un reduce della guerra civile che torna al suo villaggio al confine tra gli Stati Uniti e il Messico, dove sua moglie è stata uccisa e si vendica delle bande. Il film è famoso per la scena di Django che si porta dietro una cassa da morto. Ora dopo questo “primo Django” ci furono un sacco di seguiti non ufficiali, dove veniva ripreso il personaggio o anche solo il suo nome, interpretato da molti attori differenti e in molti modi differenti. Django diventa sinonimo di pistolero e la maschera di molti spaghetti western.

Tarantino per il suo nuovo film gioca con il personaggio, il suo Django, interpretato dal bravissimo Jamie Foxx, è uno schiavo liberato da un cacciatore di taglie tedesco che si finge un dentista King Schultz (Christoph Waltz il colonnello Hans Landa di Bastardi senza gloria). I due uomini fanno un accordo, Django conosce l’aspetto dei fratelli Brittle ricercati da Schultz. Dopo averli uccisi King e Django s’allenano per liberare la moglie del protagonista Brunilde (Kerry Washington), che si trova nella piantagione di Candieland di proprietà di Calvin Candie (Leonardo Di Caprio) razzista, ignorante e borioso che non si rende neanche conto d’essere comandato da Stephen (Samuel L. Jackson) suo schiavo di casa.

La trama sembra riprende il mito nordico di Brunilde, valchiria che viene salvata dalla prigionia della montagna e dal drago dal eroe Sigfrido, il mito viene raccontato da Schultz a Django una notte intorno al fuoco.

Nel film Django divide la scena con Schultz, il cacciatore di taglie tedesco che odia la schiavitù, gentiluomo di cultura, dai saldi principi che si contrappone ai molti americani per lo più del sud che si dimostrano grezzi ed ignoranti. Sembra che Tarantino abbia scelto la nazionalità del personaggio, per riabilitare il popolo tedesco dal suo film precedente: Bastardi senza gloria, mentre il nome Schultz sembra essere preso da Kill Bill, infatti la protagonista viene sepolta nella tomba di Paula Schultz.

La coppia d’amici composta da Django e Schultz sembra voler citare altre celebri coppie degli spaghetti western come: il Monco (Clint Eastwood) e il colonnello Douglas Mortimer

(Lee Van Cleef) o il biondo (sempre Clint Eastwood) e Tuco (Eli Wallach) se non addirittura Trinità (Terence Hill) e Bambino (Bud Spencer), in Lo chiamavano Trinità e in Continuavano a chiamarlo Trinità.

All’iniziò tra i due il rapporto è di mentore e allievo, Schultz insegna molte cose a Django: a sparare per cui il nostro eroe sembra avere un talento innato, a parlare meglio e a leggere. Poi diventano colleghi cacciatori di taglie e compici per liberare Brunilde e Django diventa ancora più furbo e spietato del tedesco per salvare la donna che ama.

Schultz intraprende nella seconda parte del film un duello per lo più intellettuale con Candie.

Calvin Candie interpretato da Di Caprio è il cattivo della storia un vero razzista che tratta gli schiavi come fossero spazzatura, il personaggio ricorda molto il colonnello Landa dei Bastardi, ma se Landa in certi momenti riesce pure a far sorridere il pubblico, nonostante sia un nazista, Candie è un vero stronzo, che cerca di fingersi un gentiluomo francese anche se non conosce la lingua, fa combattere fino alla morte i suoi schiavi e che allude alla teoria deliranti Samuel A. Cartwright, un misto di pseudo scienza e cretinate derivanti dalla Frenologia del medico tedesco Franz Joseph Gall, dove viene detto che le persone di colore hanno un aria molto ampia del cervello per il servilismo.

Interessante il personaggio interpretato da Samuel L. Jackson, Stephen che è uno schiavo di casa che comanda gli altri e che si dimostra forse peggiore dello stesso Candie, è addirittura razzista come anche finge di esserlo lo stesso Django. Stephen è simile a certi ebrei nei campi di concentramento che tradivano e comandavano gli altri prigionieri a volte in modo peggiore degli stessi nazisti. A lui spetta una delle ultime battute del film, forse la più terrificante: “esisterà sempre una Candieland.” cioè luoghi di tortura, violenza e morte ci saranno sempre.

Come tutti i film di Tarantino c’è molta violenza, ma questa violenza non è sempre divertente come in Kill Bill, ci sono molte scene di tortura e umiliazioni subite dalle persone di colore durante la schiavitù negli stati del Sud. Stupisce un po’ che questo film sia stato preso di mira dalle associazioni dei diritti civili visto che nonostante sia un film di genere per intrattenere e divertire presenta una parte oscura della storia americana che forse si tende a dimenticare.

Tra le scene più forti c’è quella di uno dei fratelli Brittle brutta copia di un vecchio predicatore del far west che non si fa scrupolo a usare citazioni bibliche per giustificare le frustate inferte a una ragazza legata a un albero, o la lotta fino alla morte fra due uomini, dove il vincitore prima acceca a mani nude l’avversario e poi lo finisce con un martello, (nella scena successiva vediamo anche il cameo di Franco Nero come padrone rivale di Candie che si fa spiegare il nome di Django da Jamie Foxx); la punizione con cui viene punita Brunilde chiusa nuda in una scatola di metallo e lasciata al sole, sistema di tortura applicato anche dai nazisti nei campi di concentramento e dai Viet Cong ai soldati americani,  e non ultimo il tentativo di castrazione del protagonista.

Mentre tra le scene più divertenti c’è l’apparizione di Tarantino nel ruolo di carceriere ingannato da Django e fatto esplodere mentre portava della dinamite, o come si vedeva per lo più in certi film di 007 invece di uccidere subito il protagonista si pensa a sistemi che gli diano una morte lenta e dolorosa, grosso errore visto che poi il buono torna sempre e si vendica.

Nel finale c’è una citazione alla scena del Django originale in cui il protagonista finiti i colpi della sua pistola ne tira fuori un’altra (nella versione originale c’è un famoso settimo colpo sparato dal pistolero di cui non si capisce l’origine), Jamie Foxx che indossa perfettamente gli abiti del cattivo nonostante Di Caprio sia più baso e meno muscoloso di lui.

Da notare come questo film si differenzia dagli ultimi di Tarantino: Kill Bill e i Bastardi senza gloria per una mancanza di personaggi femminili importati, un ritorno alle Iene. Dove la storia viene raccontata anche attraverso un paio di flashback del protagonista.

Una storia a parte è la colona sonora, come sempre fantastica come in tutti i film di Tarantino, ma che a differenza delle pellicole precedenti, in questa pellicola ha dei pezzi scritti appositamente, di nuovo il regista ha lasciato “l’incarico” per le musiche all’amico Robert Rodríguez (registra del film di Sin City) e si spera che gli abbia aumentato lo stipendio visto che per Kill Bil Tarantino lo ha pagato un dollaro, speriamo che vista la crisi e l’inflazione questa volta lo abbia pagato almeno due dollari e che Tarantino per ricambiare tornerà a dirigere una scena del nuovo Sin City. Tra le tante musiche del film c’è da ricordare: Ancora Qui composta da Ennio Morricone e cantata in italiano da Elisa e la sigla finale che altri non è che la canzone Trinity, la sigla d’inizio del film Lo Chiamavano Trinità, sulle cui note Django per far sorridere la moglie fa ballare il suo cavallo un può come il personaggio di Terence Hill nei suoi film.

Questo è sicuramente uno dei film più belli di Tarantino, una sua dichiarazione d’amore al genere western, soprattutto agli spaghetti Western. Ora nonostante affronti temi come il razzismo e la schiavitù non ci troviamo di fronte a un film serio, se si cerca un film su queste tematiche allora è meglio vedere la serie Radici o il Colore Viola, come per i Bastardi senza Gloria questo film non è una lezione di storia o di vita, come in Kill Bill è un elogio alla vendetta. Naturalmente un film di Tarantino può essere criticato per l’eccesiva violenza, critiche che poi però non vengono mosse a Gangs of New York di Martin Scorsese che tratta di temi simili o allo schifoso The Passion di Mel Gibson. Mi domandò quale sarà il prossimo progetto di Tarantino dopo che ha celebrato la sua passione per i film di guerra con i Bastardi e il western con Django Unchained, personalmente lo vorrei vedere reinterpretare il genere horror (però non alla maniera di Hostel di cui era produttore) o  persino con un progetto legato a qualche Cinecomics tratto da qualche opera di Frank Miller.

A Cura di Alan Gray