Proprio quando suo marito, dopo quattro anni di pena per insider trading, viene scarcerato, la giovane Emily cade nuovamente preda di una brutta depressione. Dopo un maldestro tentativo di suicidio, finisce in cura da uno psichiatra, che per aiutarla le prescrive dei farmaci. Gli effetti collaterali, però, si fan sentire forti, ed Emily finirà per l’accoltellare il marito durante uno stato di sonnambulismo. Il suo medico si darà da fare per non farla condannare per omicidio, ma anche ottenuta l’infermità mentale le cose si andranno complicando sempre di più.

Stavolta Soderbergh si cimenta nel thriller psicologico. Nella prima parte del film si avverte forte la sensazione di assistere ad un’opera di denuncia nei confronti delle industrie farmaceutiche. Un grido d’allarme per richiamare l’attenzione sulla presenza sempre più invasiva dei farmaci. “La chimica aiuta a vivere” sentenzia il dottor Banks.

Sembrerebbe che il regista voglia tornare a calpestare sentieri già percorsi con “Erin Brockovich” e “Traffic” ma nella seconda parte la pellicola vira con decisione verso il thriller. Purtroppo l’approccio troppo canonico al genere e la somministrazione di cliché un po’ stantii rendono l’intreccio poco appassionante.

La maestria di Soderbergh si manifesta nelle impeccabili inquadrature e nella mirabile fotografia ma tanta bravura rischia di dare alla pellicola il connotato di puro esercizio di stile. Lo spettatore desideroso di suspense, colpi di scena e storie ad alta tensione rimane a bocca asciutta osservando una confezione quasi perfetta che restituisce poco o niente alle aspettative generate nel corso della storia.

Circondato da un cast che spesso include attori ormai affezionati e ricorrenti, il film brilla soprattutto per la performance di una Rooney Mara che finalmente riesco ad apprezzare e a conoscere senza i trucchi pesanti e fuorvianti (seppur mecessari) che me l’avevano resa irriconoscibile e non valutabile “singolarmente” nella trasposizione di Fincher del celebre primo romanzo della trilogia Millennium, oltre naturalmente ad un ritrovato Jude Law nuovamente in possesso dello charme da protagonista e di un ruolo sfaccettato e di rilievo che da un po’ gli mancava.

Un film strutturato in modo perfetto insomma, ma freddo e glaciale come l’avidità e il cinismo che porta avanti tutta la storia e il complicato ingegnoso intrigo che l’abile regista ci monta e smonta con l’abilità di un lucido spietato inflessibile killer professionista.

“Effetti collaterali” si presenta come un dramma tout court sulla piaga della depressione, un male di vivere che colpisce la protagonista Rooney Mara (impressionante la sua performance). Ma la malattia è solo parte della tragedia: al ritmo frenetico del mondo contemporaneo, una 28enne in affari può far fronte alle sue debolezze solo con uno scontato quanto dannoso ricorso agli psicofarmaci. I personaggi del film vanno alle feste, al lavoro, si incontrano per strada e si consigliano pasticche come se si trattasse di vestiti o souvenir. La panacea di tutti i mali starebbe dunque in una scatoletta di piccoli confetti colorati.

Ma quando la dipendenza dai medicinali porta Emily a compiere un gesto inconsulto, ecco che il film prende le forme di un medical thriller. Se un soggetto compie un delitto sotto l’effetto di psicofarmaci, chi è il responsabile? L’autore materiale della violenza? O il medico che, appunto, non ha saputo prevedere le azioni future sulla base di quelle passate?

Aiutato dalla colonna sonora glaciale ma in continuo crescendo di Thomas Newman, Soderbergh dismette i panni dell’osservatore sociale che immortala le nefaste conseguenze della depressione e si lancia improvvisamente in un nuovo film: sale in cattedra il personaggio di Jude Law, lo psichiatra, appunto, che, con una costante e pericolosa escalation di coinvolgimento personale nella vicenda di Emily pone su di sé i dubbi di una condotta professionale ed etica che forse ha oltrepassato il limite.

Side Effects è un film sulla malattia, sulla fobia dei singoli e della collettività, sul morbo psicologico e morale che dilaga a tutti i livelli, anche ai piani alti. È, in un certo senso, un Contagion meno eclatante, invisibile e più spaventoso: la famiglia, i colleghi di lavoro, le istituzioni, le grandi industrie, come i medici e i loro pazienti, covano paure, rabbia, stress e un’instabilità disarmante. Side Effects ci mette di fronte a un castello di carte pronto a crollare. E nessuna pillola ci potrà salvare.