First Man - Il Primo Uomo

First Man – Il Primo Uomo è un film di genere biografico, drammatico del 2018, diretto da Damien Chazelle ed interpretato da: Ryan Gosling, Claire Foy, Jon Bernthal, Pablo Schreiber, Jason Clarke, Kyle Chandler, Shea Whigham, Patrick Fugit, Corey Stoll, Lukas Haas, Cory Michael Smith, Brian d’Arcy James, Brady Smith.


Il regista Damien Chazelle e il protagonista Ryan Gosling tornano a lavorare insieme nel film First Man – Il Primo Uomo, che narra l’avvincente storia della missione della NASA per portare un uomo sulla luna. Il film si concentra sulla figura di Neil Armstrong e sugli anni tra il 1961 e il 1969. Resoconto viscerale in prima persona, basato sul libro di James R. Hansen, il film esplorerà i sacrifici e il costo che avrà per Armstrong e per l’intera nazione, una delle missioni più pericolose della storia.

Il regista di “La La Land” assolve egregiamente il suo compito di narratore malgrado “First Man – Il primo uomo”, lo renda ancora più arduo a causa di un finale già noto a tutti.

Primi piani strettissimi stracolmi di pathos, il gusto quasi maniacale dei dettagli, una messa in scena da kolossal moderno e una forza affabulatrice di rara intensità; tutto questo per cercare di capire l’uomo che fece “l’enorme balzo per l’umanità” e vivere con lui l’esperienza dell’allunaggio. È un dispiegamento di forze descrittive imponente che Chazelle governa con grande abilità avvolgendo il film in un coacervo di dimensioni: dramma, thriller, biopic e moon movie. Con una carta regalo sì fatta, riuscire a resistere alla tentazione di scartare il cinematografico omaggio, è davvero un’impresa improba. E infatti non si riesce, ma è un bellissimo fallimento: l’involucro, una volta rimosso, mostra un dono talmente accattivante da creare quasi dipendenza; le storie, quelle belle, quelle incredibili, si vorrebbe non finissero mai, e “First Man – Il primo uomo” rientra esattamente nella grande famiglia dell’opere che brillano di una intensa estetica narrativa.

Chazelle si dimostra molto interessato alla figura di Armstrong padre di famiglia e marito: il ricordo della figlia piccola morta di cancro lo accompagna nelle sue missioni e aiuta a creare un profilo molto umano di un personaggio che tutti abbiano conosciuto nei nostri libri di storia. Frequenti sono quindi le scene ambientate nel contesto familiare, che nel film spesso vengono sapientemente alternate a scene che mostrano i freddi interni dei laboratori e uffici della NASA.

Un montaggio dinamico che rivela sin dalle sequenze iniziali la duplice natura di un film diviso tra il tentativo di ricostruire un ritratto emotivo del leggendario astronauta e la ricerca di una tensione drammatica che coglie perfettamente la violenza dell’ambizione e la paura dell’ignoto.

Il Primo Uomo ci restituisce così il ritratto di un eroe umile in equilibrio fra determinazione e squilibrio sentimentale e fra slanci eroici e inadeguatezza familiare, emblema di una pellicola stratificata e distante sia dai canoni narrativi americani contemporanei sia dal cinema vitale e passionale a cui ci aveva abituato Damien Chazelle. Il non ancora quarantenne cineasta americano rinuncia così per lunghi tratti a preziosismi registici, tirando fuori il meglio di sé nelle agognate sequenze sulla Luna, perfetta fusione fra realismo, magnificenza visiva e coinvolgimento emotivo e lasciando che a sostenere il racconto siano l’evocativa colonna sonora del sempre efficace Justin Hurwitz e le performance attoriali.

Se poi consideriamo che Il Primo Uomo non rinuncia a rappresentare la morte per quello che è, dandone conto nei riflessi che essa ebbe nella vita del celebre astronauta, costellata dalla scomparsa di numerosi amici e colleghi periti sul campo, si può dire che Il Primo Uomo realizza la celebrazione di un mito della storia americana che è anche un de profundis sul mito dell’eroe con le forme e i contenuti che furono del “Lincoln” di Steven Spielberg (non a caso executive producer del film). Alla pari del più celebre collega, Chazelle filma una sorta di seduta spiritica popolata di tragedie e di fantasmi, in cui assieme alla straordinarietà degli accadimenti narrati, ad andare in scena è una profonda riflessione sulla caducità delle cose umane.

Indubbiamente Chazelle ha costruito una macchina da notte degli Oscar, che probabilmente farà una strage di premi, montando diligentemente la fredda passione del suo personaggio attorno a una storia vera in cui l’eccezionalità sta nella maturità e profondità delle emozioni. Una storia ancora più spettacolare di quanto non sia possibile prevedere, senza però spettacolarizzarla inutilmente.