Green Room

Green Room è un film americano del 2015 scritto e diretto da Jeremy Saulnier e prodotto da Neil Kopp, Victor Moyers e Anish Savjani.


Il cast della pellicola è composto da: Anton Yelchin, Imogen Poots, Alia Shawkat, Callum Turner, Joe Cole,Macon Blair, Mark Webber, Patrick Stewart, Kai Lennox, Eric Edelstein, October Moore, David W. Thompson, Taylor Tunes, Joseph Bertot.

Green Room vede protagonisti quattro giovani ragazzi, membri della banda punk rock The Ain’t Rights, che si trovano ad assistere loro malgrado ad un omicidio in seguito ad una performance live in un locale frequentato da skinheads. Il bassista chiama immediatamente la polizia ma i proprietari del locale nascondono un segreto e decidono di imprigionare i ragazzi nella stanza tradizionalmente destinata agli artisti in attesa di esibirsi. I ragazzi aspettano l’arrivo della polizia, ma quando capiscono che non c’è nessuna intenzione di risolvere la questione con le buone, sanno di non avere altra scelta se non provare una rischiosa e probabilmente letale fuga.

Il colore blu, quello delle rovine, era in Blue Ruin l’apice del cinema di vendetta, ora con il colore verde della stanza di Green room Jeremy Saulnier affronta il cinema d’assedio senza cambiare piglio. Sangue, risate e tensione, gli ingredienti sono gli stessi di moltissimo cinema d’exploitation dalla produzione facile, solo che per Saulnier non c’è nulla di facile. Il regista americano è uno dei pochissimi a produrre a basso budget film in cui la violenza è tanto potente quanto distante, brutale, cattiva e in mano a persone che non sono in grado di gestirla, come una pistola che potrebbe esplodere nella mano di chi spara in ogni momento. Ma ancor di più a stupire è la maniera in cui questo cineasta gira i suoi film di grandissimo intrattenimento: spaventato e timoroso dai massacri che mostra e che per questo sono ancor più vivaci di quanto non siamo abituati. Nei film di Saulnier anche i piccoli tagli bruciano e appaiono violenti come le grandi esecuzioni, anche i calci sembrano un atto intollerabile e da cui non si potrà mai più tornare indietro. Non è cinema dell’orrore ma lo spavento di fronte all’imminenza della minaccia è più tangibile che in quel genere.

Basterebbe il rigore estremo e il minimalismo con il quale monta i suoi film per fare di questo regista la promessa migliore del cinema di tensione, eppure al suo terzo film continua a dimostrare come, assieme all’ironia imprescindibile per potersi divertire assieme al proprio pubblico, abbia anche lo sguardo migliore. Green room non ha il rapporto complesso con il genere da cui proviene di Blue Ruin, è un film dalle qualità immediate e deliziosamente superficiali, mette in pratica il piacere di fare cinema dimostrando per l’ennesima volta che questo, anche per le storie più semplici, si annida nei dettagli e dalle motivazioni individuali. Dei molti protagonisti e antagonisti chi si salverà dall’assedio? A cosa era dovuta quella morte iniziale? Cosa muove i loro nemici? A tutte queste domande di rito il film risponde gradualmente, assecondando il flusso della narrazione senza mai interromperlo per fare posto alle spiegazioni o senza ricorrere ai suggerimenti che vengono da altre opere.

Per la prima volta in grado di accedere ad un cast di volti noti inoltre Saulnier sceglie di concentrare il meglio nel grande villain interpretato da Patrick Stewart ma la sorpresa è invece la piccola punk di Imogen Poots, racchiusa nello spavento all’inizio e al procedere del film sempre più personificazione del delirio sanguinario.

Alla fine se Green Room funziona così bene è anche grazie al precisissimo cast. Il compianto Anton Yelchin, Alia Shawkat e Joe Cole (tra le cose migliori uscite da Peaky Blinders) ci stanno benissimo come persone sbagliate nel posto sbagliato, e mentre Imogen Poots ruba il film a tutti prendendo in mano la situazione (oltre che a essere conciata nel modo migliore di sempre) i nazi si rubano la scena a vicenda perché troppo perfetti per essere finti. Macon Blair, quello di Blue Ruin, si ritaglia una particina giustissima, Eric Edelstein parla come se fosse un film horror fatto a persona e Patrick Stewart dirige la scena con la meccanicità che viene tanto bene a Saulnier. Più che come il capoccia di una banda di white supremacists Stewart si muove come un capo cantiere, sempre nella logica e mai nel sentimento, parlando di corpi e uccisioni come fossero impalcature e betoniere. Anche questo fatto qui, a volte, può essere un problema: esagerando sull’apatia e la motivazione a prescindere si rischia di staccarsi troppo dai personaggi rendendoli, appunto, delle macchine poco umane. E qui bisogna un po’ accettare la cosa, perché se da un lato è un modo di fare abbastanza brutale da essere perfetto per un thriller quasi slasher di questo tipo, dall’altro chi nel cinema ha voglia di personaggi un po’ più complessi rischia di trovarsi sotto la riga del “che cazzo me ne frega” dopo cinque minuti (concetto spiegato qui).

Forse mi aspettavo un film più punk, più musicale, perché mi sono fatto un po’ fregare da quello che speravo essere un film di Penelope Spheeris in chiave thriller ultraviolento, ma alla fine funziona come pochi film del genere visti recentemente, concludendosi col tono più giusto che potessimo sperare: una battuta arrogante in faccia a qualsiasi forzato sentimentalismo, come ogni punk che si rispetti.

Scheda Tecnica Edizione Blu Ray

ProduttoreSound Mirror
DistributoreEagle Pictures
Anno pubblicazione2017
Area2 – Europa/Giappone
CodificaPAL
Formato video2,35:1 Anamorfico 1080p
Formato audio2.0 Stereo Dolby Digital: Italiano Inglese 5.1 Dolby Digital: Italiano Inglese 5.1 DTS: Italiano Inglese
SottotitoliItaliano
Tipo confezioneAmaray
Numero dischi1
ExtraTrailer
Making of

Scheda Tecnica Edizione DVD

ProduttoreSound Mirror
DistributoreEagle Pictures
Anno pubblicazione2017
Area2 – Europa/Giappone
CodificaPAL
Formato video2,35:1 Anamorfico
Formato audio2.0 Stereo Dolby Digital: Italiano Inglese 5.1 Dolby Digital: Italiano Inglese
SottotitoliItaliano
Tipo confezioneAmaray
Numero dischi1
ExtraTrailer
Making of

 

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