Il Corriere - The Mule

Il Corriere – The Mule è un film di genere drammatico del 2019, diretto da Clint Eastwood ed è interpretato da: Clint Eastwood, Bradley Cooper, Laurence Fishburne, Michael Peña, Dianne Wiest, Andy Garcia, Alison Eastwood, Taissa Farmiga, Ignacio Serricchio, Lobo Sebastian, Clifton Collins Jr., Manny Montana, Jill Flint, Robert Lasardo, Loren Dean.


Il Corriere – The Mule, il film diretto da Clint Eastwood, vede protagonista l’ottantenne Earl Stone (Eastwood).

Costretto a chiudere la sua attività imprenditoriale, Stone si ritrova solo e senza soldi. La sua unica possibilità di salvezza sembra legata a un lavoro che gli viene offerto, un lavoro per il quale è richiesta unicamente l’abilità di guidare una macchina.

Il compito sembra dei più semplice, ma, a sua insaputa, Earl è appena diventato il corriere della droga di un cartello messicano.

Earl è molto bravo nel suo nuovo lavoro, talmente bravo che il volume di carico che trasporta aumenta sempre più, tanto che alla fine gli viene dato un assistente (Ignacio Serricchio), che ha il compito di aiutarlo ma anche di controllarlo.

Questi non è però l’unico a tenere d’occhio Earl: anche l’efficiente agente anti-droga della DEA Colin Bates (Bradley Cooper) tiene al centro del suo radar questo misterioso e anziano nuovo “mulo” della droga.

E anche se i problemi economici di Earl appartengono ormai al passato, gli errori commessi affiorano, portandolo a chiedersi se riuscirà a porvi rimedio prima che venga acciuffato dalla legge o, peggio ancora, da qualcuno del cartello stesso.

Nel film Laurence Fishburne e Michael Peña interpretano altri due agenti della DEA, mentre Dianne Wiest, Alison Eastwood e Taissa Farmiga sono rispettivamente l’ex moglie di Earl, sua figlia e sua nipote.

La messa in scena della storia vera di Leo Sharp, nel film Earl Stone, tratta dall’articolo di Sam Dolnick ” The Sinaloa cartel’s 90 – year- old drug mule” per il New York Times, che doveva inizialmente essere affidata a Ruben Fleischer, in realtà è fatta della stessa sostanza di Clint Eastwood, un sognatore che non si è mai arreso. Aderenza amplificata anche dalla sceneggiatura di Nick Schenk, tornato al suo fianco dopo “Gran Torino”.

Clint Eastwood veste i panni di Earl quasi con autoironia, un affetto sornione che è insieme partecipe e disincantato, offrendo il ruolo della figlia alla figlia vera. Viso scolpito dal tempo, corpo ascetico, quasi fantasmatico, costretto a invecchiarsi per sembrare ancora più matto quando fa l’irriducibile viveur, il Robin Hood ruvido e vanitoso, il nonno single testardo, “senza filtri”, che non ha paura di nulla (tranne i sentimenti).

Non perde tempo, allora, l’Eastwood regista. In pochissime sequenze disegna una situazione e una perturbazione che (ri)conosciamo in ogni sua piega emotiva proprio perché sullo schermo c’è l’Eastwood attore. Ogni gesto di Earl si carica così di un portato simbolico che affonda le radici in 50 anni di cinema americano rendendo superfluo ogni altra inquadratura. Film speculare al recente The Old Man and the Gun? In parte sì: anche qui un anziano fuorilegge, anche qui una giovane star che gli dà la caccia – da Casey Affleck a Bradley Cooper, due straordinari controcampi etici che restituiscono uno sguardo in qualche modo “complice” –, anche qui l’inafferrabilità dell’old man garantita dal suo statuto iconico. Ma proprio qui c’è anche la differenza: se Robert Redford è l’etereo ladro gentile che “civilizza” gli spazi con la sua sola presenza, Clint Eastwood è ancora il rude cavaliere pallido che riporta i conflitti nel “deserto” della frontiera. Nel momento in cui il rapporto con la famiglia entra definitivamente in crisi – la figlia Iris (interpretata proprio da Alison Eastwood…) non vuole più aver contatti con lui e la moglie Mary (Dianne Wiest) gli rimprovera un intollerabile egoismo – Earl accetta di fare il corriere della droga tra El Paso e Chicago per conto di un cartello messicano. Non perde tempo ma impone il suo tempo: si ferma nei Motel di periferia, invita prostitute e rischia “attacchi cardiaci“, mangia i panini più buoni dell’Illinois perché “bisogna sempre godersi la vita“, infine canta Ain’t That A Kick In The Head di Dean Martin sparigliando i piani dei detective e dei trafficanti che lo inseguono contagiati dal suo caos. Insomma, non si riesce mai a prevedere gli spostamenti di quel vecchio mulo che arriva sempre o troppo presto o troppo tardi rispetto ai piani. Opponendo alle asfissianti geolocalizzazioni della nostra epoca quell’imprevedibile fattore umano già rivendicato da Sully Sullenberger (e persino dal capo del cartello messicano interpretato qui da uno straordinario Andy Garcia, a sua volta gangster di un altro tempo…).

In un film in cui il protagonista sceglie scientemente di aiutare il traffico di droga per non ammettere di essere finito rovinato, sembra che non esista una vera morale se non quella personale, quella con cui si conducono le singole interazioni.