In Il nemico invisibile, Evan Lake, un agente veterano della CIA, si ritrova improvvisamente ai ferri corti con l’organizzazione a cui ha dedicato tutta la sua vita e che a causa dei primi sintomi di demenza precoce viene spinto verso un pensionamento anticipato.


Quando il suo giovane protetto Milton Schultz sulle tracce del jihadista Muhammad Banir scopre che potrebbe essere ancora vivo, Lake decide di imbarcarsi in una pericolosissima missione intercontinentale per eliminare il suo mortale nemico.

Il nemico invisibile, si presenta come un film di tutto rispetto vista la presenza tra le sue fila di Nicolas Cage, il premio Oscar osannato dal pubblico e dalla critica e nientemeno che lo sceneggiatore pluri-premiato di Taxi Driver Paul Schradder, nel ruolo di regista della pellicola.

Ambientanto in più di tre nazioni diverse, il film vive di una fase iniziale interessante per poi lentamente perdersi in un finale scontato e privo di sorpresa. Completamente fuori fase è la scena tra Banir e Lake, dove Cage riesce a rendere quasi stereotipata la malattia del suo personaggio, cadendo di fatto quasi nel ridicolo. La resa dei conti si risolve con un nulla di fatto, lasciando nello spettatore un amaro in bocca che difficilmente può essere rimosso. Il colpo di scena finale è prevedibile, basta guarda un orologio e ci si rende conto che qualcosa deve accadere. La fotografia è sufficiente anche se tendo troppo spesso alla stereotipizzazione dei soggetti inquadrati, rendendoli più teatrali che cinematografici. Cage non entusiasma, anzi delude le aspettative sfoggiando un’interpretazione che a tratti soffre eccessivamente la dose massiccia di caricatura che l’attore tende a donare al suo personaggio.

Quella di Schrader è una riflessione post-11 settembre che non è certo da scartare a priori, né tantomeno risulta tardiva. Ma se in The Canyons si avvertiva almeno quel fuoco che scaldava un film molto modesto, vuoi nel bene o nel male per la sua atipicità, vuoi dunque per il suo porsi al di là di ogni logica meramente commerciale, vuoi per la location, qui il discorso lo si può entro una certa misura ribaltare. Propensione al genere, meno libertà e dunque meno rischi; resta l’asprezza di fondo, quella denuncia tutt’altro che velata la quale, senza dubbio, ha mosso il regista da principio. Eppure il suo resta un tentativo innocuo, ma soprattutto incerto, perché essenzialmente incastrato tra la sua vocazione al prodotto commerciale da un lato, e la volontà di fare critica, di denunciare, dall’altro.

Ciò che resta sono alcune uscite del personaggio di Cage da incorniciare, ma per motivi presumibilmente diversi da quelli auspicati: a fatica si trattiene almeno un sorriso quando il nostro irrompe minaccioso in un appartamento esordendo con un saluto alquanto colorito. D’altronde si riscontra pure un’innegabile debolezza proprio nella costruzione della vicenda, per cui la ricerca stessa di Banir non genera alcun interesse (né può strutturalmente generarlo). Un film ripiegato su sé stesso Il nemico invisibile, che si sofferma su temi come virtù, ostinazione, tradimento, disillusione mediante profili macchiettistici e risvolti privi di mordente.

Un motivo valido che potrebbe però giustificare in parte il risultato finale della pellicola riguarda proprio il taglio finale operato dalla produzione: i problemi sono iniziati agli albori del progetto quando venne scelto il visionario regista Nicolas Winding Refn, poi rimasto misteriosamente escluso e coinvolto in qualità di produttore esecutivo. Ma subito dopo la diffusione di poster e trailer durante il battage pubblicitario, Schrader, Refn, Cage e Yelchinmanifestarono il loro dissenso, disconoscendo la versione del lungometraggio distribuita nelle sale, a causa di un montaggio ‘manomesso’ dai produttori, colpevoli di aver agito senza il nulla osta e la supervisione del regista, proprio come avvenne nel 2015 con il tormentato e poco riuscito (per non dire per nulla) Dream House.

Restano, di questo Il nemico invisibile, sprazzi di classe registica (ma questo, parlando di uno dei più importanti cineasti viventi, era certo prevedibile), l’enigmatica luce, sul volto di Cage, di un calvario e di un’eclisse solo intuibili, alcuni guizzi di tragedia (tra questi, l’ultima sequenza) in una struttura narrativa sfilacciata e improbabile. Resta, certo, il rammarico per lo spreco di talento, per l’espropriazione di un progetto che avrebbe potuto rappresentare un tassello importante in una filmografia straordinaria, la speranza (forse destinata a restare inappagata) per un ipotetico director’s cut.