La Fratellanza

La Fratellanza è un film di genere drammatico, thriller del 2017, diretto da Ric Roman Waugh, con Nikolaj Coster-Waldau e Jon Bernthal.


La star di Game of Thrones, Nikolaj Coster-Waldau, è l’impetuoso protagonista del thriller La fratellanza. Finito in prigione per aver causato accidentalmente la morte di un amico in un incidente d’auto, Jacob “Money” Harlon (Coster-Waldau) lotta per sopravvivere ai pericoli della detenzione e alle ostilità tra gang rivali. Money si schiera con la fratellanza ariana, la quale, dopo che l’uomo viene rilasciato per buona condotta, lo costringe a orchestrare un crimine per proteggere la sua ex moglie e sua figlia.  

Ric Roman Waugh è uno stuntman approdato da qualche tempo alla regia, Nikolaj Coster-Waldau è una delle star di “Game of Thrones”. In zona pregiudizio, cosa era lecito aspettarsi da “La fratellanza” non si sa o si sa fin troppo bene; a ogni modo Waugh si cimenta anche con la sceneggiatura e fa evolvere Money in flashback, dalle visite della moglie in prigione al primo omicidio su commissione, e da qui un’escalation di lavoretti sporchi cui l’eroe si presta con forzata abnegazione sulla strada che porta al rispetto, la merce più cara della gang. Quello che sembra il percorso di depravazione di un ex brav’uomo, pieno di dilemmi morali e tradizionali contaminazioni noir fra luci e ombre, è costeggiato da una vena drammatica che trova soluzione nella situazione famigliare di Money: finalmente fuori, la moglie non lo vuole più vedere, il figlio gli rimprovera l’assenza e lui poveraccio fa di tutto per proteggerli, in segreto e a distanza, dalle nubi fuorilegge della sua nuova esistenza. In questo, il suo personaggio sulla carta non è lontanissimo dal Nikolai di “La promessa dell’assassino”: costretto a fare (e farsi) del male per poter fare del bene, costretto a isolarsi dalle persone a cui è legato per permettere loro di vivere in pace; ma dove lì il motore era il miraggio di un senso di giustizia universale, qui Money agisce solo per amore privato, utilizzando gli strumenti che gli sono stati forniti in prigione, la violenza, l’inganno. Il parallelo c’è comunque e sfiora pure la questione identitaria, ovviamente su livelli diversi: cruciale in Cronenberg, pretesto in Waugh, al quale non bastano pochi cenni alla ritualità dei tatuaggi e alla voragine etica tra fine e mezzo per imbastire un discorso serio sull’essere e sul fare. Gli slanci in questa direzione sbattono contro la prevalenza di una camera a mano muscolare, ma più modaiola che sincera, e che nemmeno si risparmia un iperdosaggio di ralenti enfatici; e contro la sensazione che ogni scena sia stata girata due volte e che al secondo ciak il regista abbia chiesto agli attori di assumere un’espressione ancora più intensa. Effetto imitazione involontaria nei pressi.

Se si deve fare un appunto a Waugh, è l’aver voluto strafare nell’ultimo atto. Nel tentativo di sorprendere il pubblico, il regista/sceneggiatore costruisce infatti uno scenario dalla plausibilità vicina allo zero. In un’opera meno seria e drammatica, dove le ridicolaggini sono la regola, l’idea avrebbe potuto pure funzionare, ma, almeno per i primi 90 minuti, La Fratellanza si sforza di essere qualcosa di più. I suoi forzati e ridicoli twist alla fine ne diminuiscono la portata complessiva e, anche se il climax è visceralmente soddisfacente, resta tuttavia deludente perché costruito su una sospensione dell’incredulità troppo elevata anche per lo spettatore medio che cercava semplice intrattenimento da birra e pop-corn.

Nikolaj Coster-Waldau regala una grande interpretazione, ma il suo personaggio è un po’ un Jamie Lannister al contrario, cosa che funziona molto meno; paga i suoi debiti, su questo non c’è dubbio, ma per molti aspetti “La Fratellanza” è un film, seppure ben fatto, di cui nessuno avrebbe sentito la mancanza.