Biagio Bianchetti (Lillo Petrolo del duo “Lilo e Greg”) da piccolo era un bambino spinto dalla bontà verso il prossimo con l’obiettivo di salvare il mondo. Ligio e disciplinato a scuola era il migliore della sua classe finché non arrivò un altro bambino che cambiò la sua vita…Ottone Di Valerio (Neri Marcorè). Figlio di papà, e con un padre medaglia d’oro in equitazione, ci mise pochissimo a superarlo in ogni cosa facesse. Iniziò così una lunga sequela di sfide tra i due bambini che risultarono sempre nella sconfitta di Biagio. Ridicolizzato e coperto d’insuccessi fin dalla più tenera età da Ottone, la situazione non cambiò crescendo. Per alcuni anni, lontano dal suo avversario, Biagio riuscì a crearsi un impero e tutto sembrava andare bene finché il suo acerrimo nemico non decise d’investire nel suo stesso settore. Riaffiorano alla mente le vecchie sfide e i ricordi di tutti i bocconi amari che dovette ingoiare mentre si decise a distruggere, una volta per tutte, l’azienda avversaria ODV. In questo modo riesce però a mettersi ancora di più nei guai, a causa di alcuni investimenti sbagliati, mentre la sua stella antagonista continua a brillare sempre più brillante…Fino a bruciarlo del tutto.

Schiacciato da un debito verso un “avvocato dallo spiccato accento siciliano” di 10 milioni di euro decide di farla finita…Nel lago in cui i genitori hippie lo fecero nascere. Si lega un pesante masso al corpo e mentre cammina a piedi nudi sul pontile, un chiodo lo fa saltare in acqua…

Una storia surreale comica ma anche amara, che parte dal presupposto che spesso la vita ci affligge di amarezze dovute al fatto di sentirci sempre inadeguati o inferiori a qualcun’altro, magari succubi sempre di una stessa persona che finisce per tutta una vita per metterci sempre nell’ombra, fagocitando tutto ciò che di buono la nostra creatività e il nostro talento riescono a creare, e trasferendolo inesorabilmente a vantaggio di quei rapaci oppressori dei nostri eterni rivali. Per questo motivo Biagio Bianchetti decide già nell’icipit di farla finita, arrendendosi alla ineluttabile legge di vita che lo vuole eternamente sottomesso al più fortunato, brillante e intelligente (almeno così appare) Ottone di Valerio. Per questo già a pochi minuti dall’inizio del film la storia si trasferisce in un aldilà decadente e farraginoso che Rubini rappresenta, con un certo estro da autore navigato, come un centro di smistamento, come un vecchio albergo demodé che ricorda quello di Oci Ciornie dove i nuovi arrivati vengono assegnati ognuno al proprio destino e al livello che si sono meritati nella vita terrena: salvo casi eccezionali, come quello di Biagio, a cui viene concesso — per fugare certi dubbi sopraggiunti e motivati – un ulteriore periodo di prova di una settimana sulla Terra per verificare se il livello infimo a cui è assegnato, è davvero quello che si merita.

Il ritorno all’origine, ma in un ruolo diverso da quello originario, consentirà al protagonista di organizzare dapprima una sana ed umanissima vendetta definitiva contro il suo rivale; in un secondo momento e più a mente fredda, invece lo stesso capirà che non tutto ciò che sembra perfido e cattivo lo è poi davvero e necessariamente. Nel contempo maturerà anche e con una certa amarezza, la consapevolezza che certe inevitabili meschinerie sono davvero insite nell’animo di ognuno di noi. Gli spunti divertenti e semiseri abbondano, i duetti di due attori straordinari come Neri Marcoré ed Emilio Solfrizzi (oltre che la solita splendida insicura Buy) salvano molto spesso dalla deriva di qualche passo falso o forzatura di troppo che una sceneggiatura anche elaborata – occasione per riunire Rubini con Umberto Marino dopo il tempo ormai lontano del bell’esordio de “La stazione” dei primi anni ’90 — non riesce proprio ad evitare nonostante gli sforzi e l’innegabile abilità di tener uniti tanti personaggi e situazioni senza sfilacciare troppo il senso della vicenda.

Purtroppo, il profumo di “Il paradiso può attendere” di Warren Beatty, e il ricordo (seppur sbiadito) di “Una settimana da Dio” e di “Ultima fermata: Paradiso” è nell’aria; l’idea di un secondo giro sulla terra quale espiazione ricompare nei film a cadenza regolare, quindi il soggetto non è nuovo; e aver utilizzato un folto gruppo di comici del piccolo schermo, sono tutti elementi che non hanno aiutato a nobilitare l’opera. E poi, c’è quella fastidiosa vena triste che rende la risata greve e le impedisce di essere liberatoria, costante ancoraggio alla realtà e memento dei momenti miseri della nostra esistenza. Se narriamo una favola, ogni tanto possiamo fare in modo che lo sia fino in fondo, soprattutto con questa crisi che affossa il buon umore di molti di noi?