In Paddington, protagonista del film è un giovane orso cresciuto nel profondo della giungla peruviana con la zia Lucy che, ispirata dall’amicizia con un esploratore inglese, lo ha allevato insegnandogli a preparare marmellate, ad ascoltare la BBC e a sognare una vita eccitante a Londra. Quando un terremoto distrugge la loro casa, la zia Lucy decide che è giunto il momento di “spedire” il suo giovane nipote in Inghilterra in cerca di una famiglia per una vita migliore. Confidando nella gentilezza di qualche anima buona lega un’etichetta al collo del nipote che scritto semplicemente: “Perfavore prendetevi cura di questo orso. Grazie”…Munito di montgomery, cappellino ed inseparabile valigetta, l’orso arriva nella città che aveva tanto sognato, ma si perde alla stazione di Paddington e capisce che la vita in città non è esattamente come se la immaginava. In suo soccorso arrivano i Brown, una gentile coppia che si offre di ospitarlo.

Il film di Paddington, libero e audace adattamento tratto dai libelli che l’ottantottenne Bond scrisse a partire dal 1958 poi diventati anche serie tv di successo dal 1975, vede il nostro orsetto educato arrivare via nave a Londra dal lontano, e soprattutto misterioso, Perù.

Prima, in un delizioso prologo che gioca con il linguaggio del documentario (sembra di vedere il geniale mockumentary Forgotten Silver di Costa Botes e Peter Jackson), avevamo assistito alla scoperta da parte di un esploratore britannico di una bizzarra famiglia di rari orsi (il Tremarctos ornatus), in grado di parlare e imparare molto velocemente le squisite gioie di un’impeccabile educazione british. E’ questo il formidabile gancio in sceneggiatura per giustificare l’arrivo dell’orsetto nella capitale britannica. Paddington, nipote di quegli orsi sui generis scoperti dall’esploratore nel misterioso Perù (l’irresistibile tormentone del film), è approdato a Londra dopo un cataclisma naturale e lì dovrà cercare riparo e conforto.

Come prodotto per l’infanzia, Paddington funziona molto bene, inutile negarlo: il protagonista, ingenuo ma non tonto come il più famoso connazionale Winnie Pooh di Milne, è intraprendente e divertente, disarmante quanto basta a innestare una visione paradossale della vita quotidiana, come faceva il buon vecchio Alf (chi se lo ricorda?). E scuote anche la vita familiare, sciogliendo le ansie del capofamiglia, maniaco di un controllo che con Paddington per casa non si può garantire affatto. Tenerezza e suspense leggera sono garantiti, e la confezione dal punto di vista tecnico, soprattutto fotografico, è raffinata.

I più grandicelli tuttavia potrebbero cedere alla tentazione di scavare sotto la superficie così accattivante, e qualcosa scricchiola. Il fotorealismo della CGI con cui è animato il personaggio è piuttosto straniante, nonostante la cura dell’animazione, e comunque lontano dalla naturalezza attivata dall’immaginazione di un lettore, appena solleticata dalla sintesi delle gentili illustrazioni nei libri. Nel tentativo inoltre di allestire una vicenda più lunga dell’usuale narrazione episodica che Bond usa sulla carta, King mira a un respiro più epico e snatura un po’ la leggerezza che ha tenuto magicamente sospeso a mezz’aria il personaggio per quasi sessant’anni: il mitico meschino vicino di casa Mr. Curry è costretto a diventare un lacché provvisorio di un villain vero e proprio, con le fattezze di una Nicole Kidman dai piani malvagi e sanguinari, in un registro fuori contesto. Così come azzardata nell’atmosfera originale sembra una gag scatologica cerumecentrica.

Paddington fa davvero riscoprire la magia del Natale come un grande classico con una storia raffinata e che prende in esame tematiche molto importanti come la solitudine, l’abbandono ma anche la riscoperta di se stessi (la famiglia Brown che si rende conto di quanto ha bisogno del piccolo orso, quando invece all’inizio del film si credeva il contrario), unendoli ad un umorismo (spesso irresistibilmente slapstick) tipicamente british che ci fa vivere la proiezione con un costante sorriso stampato sulle labbra. Anche visivamente la pellicola di King è una piccola perla, soprattutto per quanto riguarda fotografia e resa dell’animazione del protagonista, vicinissima al fotorealismo, che lo fa integrare perfettamente (forse anche troppo se possiamo) nel resto del cast in carne e ossa. Una sapiente unione tra un film classico del passato e tecnologia moderna che, come abbiamo detto all’inizio della recensione, è destinata a farsi ricordare e a entrare nel cuore di molti, di tutti noi.