Nuova pagina per “Paranormal Activity”. Un critico americano ha preferito il sorriso alla sferzata e con indulgente ironia ha chiamato questo quarto capitolo del franchise “Paranormal Inactivity” volume 4. Non si fa molto sforzo a comprendere le ragioni di questa valutazione,giunti ai titoli di coda di questo inciampo commerciale,stracotto in un guazzetto di manipolazioni speculative nelle fucine dello showbiz. Il “Paranormal Activity” di Oren Peli,in qualche modo intrigante e magnetico,ha fatto da broker fra basso budget e fenomeno bancario con l’introduzione di una formula non certo innonativa ma sicuramente furba per reinverdire il senso della paura in un cinema horror oramai a bassa tensione.

Stavolta la protagonista è una quindicenne, interpretata dalla graziosa e talentuosa Kathryn Newton, che vive con i genitori e il fratellino nella solita casa non dissimile da quelle degli episodi precedenti. Un giorno, una donna del vicinato ha un incidente stradale e la famigliola decide di prendersi cura del figlioletto Wyatt mentre lei è in ospedale. Wyatt è un bambino strano che parla spesso con un amico invisibile, il che non sarebbe neanche troppo inconsueto alla sua età . Ma cominciano ad accadere cose inquietanti e la giovane protagonista indaga con l’aiuto del fidanzatino e l’uso di videocamere.

Come tutti i film della serie anche questo quarto è mostrato attraverso immagini di repertorio, teoricamente girate dai protagonisti per scoprire cosa stia accadendo nelle loro case. In più ci sono i media recentissimi, oltre alle solite videocamere la maggior parte di immagini sono infatti girate con webcam durante conversazioni skype o con cellulari e c’è anche un’idea che coinvolge il sensore a raggi infrarossi Kinect della Xbox360. Nel quarto episodio Henry Joost e Ariel Schulman (già registi del precedente) espandono i confini della trama (con un finale davvero inaspettato) e della messa in scena pur rimanendo nei confini del sottogenere finto-reportage.

Il medesimo schema narrativo ritorna anche nel quarto episodio, i cui fatti sono ambientati cinque anni dopo rispetto al primo film (il secondo e il terzo capitolo erano invece dei prequel). Henry Joost e Ariel Schulman, catapultati in questo franchise dopo l’exploit di Catfish, hanno l’arguzia di espandere l’orizzonte tecnologico oltre le semplici videocamere digitali: videochat, webcam, cellulari, persino il Kinect della X-Box, ogni gadget ha una funzione effettiva all’interno del film, ed è chiaro il desiderio d’inventarsi qualche trovata interessante per smuovere le acque di una saga che ha già il fiato molto corto. I due registi devono però scontrarsi, da un lato, con una sceneggiatura afflitta da alcuni buchi, nonché troppo ansiosa di spargere indizi per il futuro sequel; e dall’altro con una formula che ha ormai ben poco da dire, i cui espedienti spettacolari – peraltro inefficaci a creare tensione – restano sempre gli stessi. Salti sulla poltrona non se ne fanno, e non c’è traccia nemmeno di un po’ d’angoscia. Ciò che traspare, piuttosto, è l’ansia sempre crescente di documentare e documentarsi attraverso le immagini filmate, un’ossessione figlia di youtube e della proliferazione dei sistemi di ripresa. Il genere del mockumentary, cui appartiene Paranormal Activity, non sarebbe esploso senza questa fondamentale condizione di partenza; ma anche tenendo conto di tale premessa, alcune soluzioni appaiono inevitabilmente forzate, e non sempre la presenza delle videocamere è giustificabile senza sospendere generosamente l’incredulità.

Se un tempo questo “raffreddamento” del genere horror poteva vantare qualche aspetto innovativo, in virtù del suo rifiuto di costruire la tensione attraverso gli espedienti della colonna sonora e del montaggio (almeno, di quelli “classici”), ora le idee si stanno rivelando troppo ripetitive per ammaliare lo sguardo dello spettatore, o anche solo per intrattenerlo spensieratamente.