Trasmessa su Showtime e firmata John Logan, la serie trae ispirazione dagli stessi Penny Dreadful e dal fumetto La Lega degli Straordinari Gentlemen di Alan Moore.


Settembre 1891. A Londra si intrecciano, più o meno casualmente, le vite di Vanessa Ives, Ethan Chandler e Victor Frankenstein. La signorina Ives, infatti, sembra legata visceralmente al misterioso Sir Malcom Murray, con cui condivide la disperata ricerca della figlia di quest’ultimo, Mina Murray, rapita da un indefinito essere con poteri sovrannaturali. I due coinvolgono Ethan e Victor sfruttando le loro competenze in campi diversi (guerra e medicina), e coinvolgendoli inevitabilmente in un crescendo di violenza e attacchi di creature misteriose sempre più inquietante. A fare da sfondo una Londra a due facce, da una parte martoriata dalla povertà, la tubercolosi e i ripetuti omicidi di quello che stampa e cittadini chiamano Jack lo Squartatore, dall’altra massima rappresentazione di ricchezze, ricerca medica e agiatezza economica, perfettamente rappresentata dall’impenetrabile Dorian Gray.

I “Penny Dreadful” (gli “spaventi da un penny”) consistevano in pubblicazioni settimanali diffuse agli inizi del Novecento. Caratterizzate da una bassa qualità della scrittura, forzati intrecci narrativi e un’enfatizzazione estrema di tutto ciò che poteva coinvolgere e ipnotizzare il lettore medio-basso – sangue abbondante, esperimenti al limite, creature raccapriccianti, l’aldilà – le piccole riviste hanno comunque goduto di una buona diffusione, ritagliandosi il rilevante spazio di svago designato per i tempi morti della classe operaia di tutto il Regno Unito. Col tempo, poi, scrittori di ben più rilevante caratura hanno rivalutato le pubblicazioni, se non altro da un punto di vista di ricerca, traendone alcuni spunti e suggerimenti per dare vita a quelli che sarebbero diventati gli archetipi orrorifici per eccellenza, le basi imprescindibili da cui ancora oggi si trova costretto a partire ogni racconto dell’orrore che voglia dirsi classico.

La storia che c’è dietro ai “Penny Dreadful” – mediocri, avventati e confusionari prodotti che hanno finito poi per influenzare veri capolavori – trova qualche analogia con l’andamento dell’omonima serie tv, che in Italia sarà su Rai 4 fino al 28 settembre. La prima stagione della serie televisiva scritta da John Logan è infatti un prodotto che si corregge strada facendo. L’inevitabile smania iniziale, quel desiderio di condensare tutto nel pilota, finisce per confondere lo spettatore, costretto a giostrarsi fra Jack lo Squartatore, il dottor Frankenstein, vampiri e strani contatti con l’oscurità, in un intreccio narrativo apparentemente impossibile da districare. La potenza di alcune immagini e una fotografia notevole non riescono certo a nascondere un azzardo che, sebbene dettato dalla volgare eppure indispensabile necessità di fornire alla rete tutto quello che c’è, lascia interdetti. E lo fa soprattutto perché, dall’altra parte, viene costruita un’ambientazione apprezzabile, popolata da prove attoriali degne di nota e riempita da dialoghi mai banali.

Si ha quindi la voglia di andare avanti, nonostante tutto, per scoprire poi che la serie scritta da John Logan mette sì tanta carne al fuoco, ma riesce al contempo a gestire l’enorme mole di spunti e tematiche in maniera piuttosto intelligente, cadendo poco nel banale e affidandosi a una scarsa analisi dei retroscena risolutivi, quella specie di smania che, solitamente, porta ogni regista o creatore di prodotti horror a buttar dentro spiegoni su spiegoni per tentare di dare un senso. Penny Dreadful più che un senso – che verrà fuori gradualmente ma che non sarà mai il vero leitmotiv – si sofferma sui tratti caratteristici dei personaggi, la loro psicologia, la loro storia, cosa li ha portati fin lì. In alcuni casi lo fa in maniera anche eccessiva, vedi la puntata dedicata unicamente alla storia di Vanessa, cruciale ai fini della narrazione ma eccessivamente slegata da un processo narrativo che si interrompe bruscamente e, specie in una visione concepita come settimanale, può disorientare non poco lo spettatore, trascinato in una digressione, una parentesi, che sembra non finire più.

Tuttavia sono diversi gli elementi che convincono in questa prima stagione di Penny Dreadful, su tutti la capacità di gestire la continua girandola di personaggi del calibro di Van Helsing, Dorian Gray e Frankestein senza finire intrappolati nei loro archetipi, e riuscendo anzi a restituirgli un’umanità per grossa parte azzerata dall’immaginario collettivo. Effetti speciali e fotografia, curati in maniera quasi maniacale, fanno poi il resto, senza dimenticare un sapiente e mai pigro utilizzo dei dialoghi, talvolta ricchi – di citazioni, richiami, riflessioni – ma spesso essenziali, secchi, mai ridondanti. Un finale che lascia spalancate molte porte e chiude su un sofisticato bivio per la vera protagonista, Vanessa (un’eccellente Eva Green), apre alla seconda stagione, in cui forse anche qualche altra questione trattata in maniera marginale – gli omicidi di Jack o la storia della creatura del dottor Frankenstein, certamente funzionali a un prosieguo della trama ma lasciate obiettivamente troppo in ombra – potrebbe essere sviscerata e sfruttata in tutte le sue potenzialità narrative.

La serie britannica parte da un’avventatezza eccessiva che, seppure vada scemando puntata dopo puntata, lascia inevitabili strascichi rintracciabili in microstorie che restano colpevolmente a metà. Tuttavia riesce nell’intento di coinvolgere lo spettatore e trascinarlo in una narrazione che funziona; il tutto favorito da una capacità descrittiva e registica notevole.