Un agente in carriera (Matt Damon) di una grande compagnia energetica americana, la Global, viene mandato in una cittadina di campagna: insieme a una collega (Frances Mc Dormand) dovrà convincere gli abitanti a cedere i loro terreni perché la compagnia possa costruire i suoi impianti di trivellazione e ricavare gas naturale.

Il loro compito, però, si rivela meno semplice del previsto. Nonostante la crisi economica, una parte dei cittadini rifiuta le loro offerte milionarie. E il gioco si complica ancora di più con l’arrivo di un attivista ambientale (John Krasinski) apparentemente intenzionato a impedire il successo della Global.

Sceneggiato da Matt Damon insieme a John Krasinski, Promised Land avrebbe dovuto essere il film d’esordio di Damon dietro la macchina da presa, ma a causa di precedenti impegni dell’attore la direzione è passata all’amico Gus Van Sant. I due avevano già lavorato insieme nei notissimi e pluripremiati Will Hunting e Scoprendo Forrester: bastava questo ad aumentare le aspettative per un film che promette bene, almeno sulla carta. Sì, perchè chi ha amato il Van Sant autore dei film di Elephant, di Paranoid Park, di Last days ha qui l’impressione di trovarsi davanti a un altro regista, indubbiamente talentuoso e tecnicamente perfetto, ma che manca di quegli accenti geniali a cui Van Sant ci aveva abituati.

In questa pellicola ritroviamo la coppia Gus Van Sant – Matt Damon già rivelatasi vincente in “Gerry” ma più di tutto in “Will Hunting – Genio ribelle” (film che valse l’Oscar alla sceneggiatura a Damon e la nomination come miglior regia a Van Sant).

Quello che viene fin da subito allo scoperto dalla prime immagini è la scelta di presentare agli occhi dello spettatore un altro lato degli Stati Uniti, non quello dei grattacieli e delle dinamiche ma monocolori metropoli a cui siamo abituati, ma quello della campagna e del mondo rurale immerso nel verde più vivo e sconfinato. Il punto di vista dal quale ci immergiamo nella storia è quello del protagonista, Steve, uomo comune e abile venditore che ritiene una delle sue doti maggiori la sua provenienza da una realtà agricola e provinciale, caratteristica che gli permette di “parlare la stessa lingua” degli abitanti del luogo.

La cosa interessante di Promised Land è la sua terzietà rispetto alla querelle: in fondo Van Sant non vuole dirci da che parte stare, non si professa né liberista né ecologista, ma mostra allo spettatore l’intero perimetro del problema, lasciando a ciascuno libertà e responsabilità di scegliere per quale dei suoi lati propendere.

Lo fa con una leggerezza d’approccio sorprendente, concedendo a ogni personaggio una chance e allo spettatore una visione in relax. A forza di sfumare troppo i contrasti però, rischia di annacquare le questioni sul tavolo, equiparando le parti in gioco e inviando al pubblico un messaggio incerto e confuso. Eloquente in tal senso la lunga e contorta arringa finale di Damon.

Inoltre in una sceneggiatura già macchinosa, a non convincere (nonostante la bravura degli interpreti) sono i percorsi di maturazione dei personaggi, in particolare quello di Steve: sarebbe stato più proficuo forse mantenerne fino in fondo l’ambiguità, il ruolo di ignara pedina nello scacchiere, tanto più pericolosa quanto più inconsapevole di esserlo (in tutta la prima parte del film vorrebbe convincere gli indecisi ripetendo come una litania: “I’m a good man, I’m a good man”).

Per quanto la visione sia adeguata, non coinvolge in quel modo ipnotico che Van Sant riusciva a esercitare nelle sue precedenti pellicole. Forse è stato schiavo di una produzione e un apparato scenico troppo pressante, resta il fatto che il meglio del film sono la storia di base (ma l’adattamento non è così convincente, risultando a tratti monotono) e la recitazione dei protagonisti, azzeccatissimi nei loro ruoli. Un titolo che non incide la propria presenza a forza nel filone cinematografico del cospirazionismo industriale né della presa di consapevolezza personale. Molto distante per vari aspetti, ma vicino nella tematica di base, “Per Marx” presentato a sua volta in Berlinale è assai più convincente nello svelare gli sporchi ingranaggi della gerarchia industriale e degli spietati squali dell’economia.