Nella splendida dimora di Beecham House, accoccolata in un angolo discreto della fulgida campagna inglese, la musica non si spegne mai, nemmeno di fronte alla malinconia della vecchiaia e di una voce che non regge più la grandezza del proprio passato. Opulenta casa di riposo con giardini geometrici e sfarzosi locali, la sofisticata casa di cura vanta infatti come ospiti alcuni dei nomi più prestigiosi della musica classica, nomi portati alla ribalta dalla loro voce o perizia musicale. Musicisti e cantanti di primo livello ora riuniti insieme per affrontare ‘di concerto’ (è proprio il caso di dirlo) l’inesorabile tempo del declino. E mentre tra le mura della ‘musicante’ casa fervono i preparativi per l’annuale concerto tenuto in onore dell’anniversario della nascita di Giuseppe Verdi, un’altra esimia esponente del mondo della musica sta per fare il suo ingresso (a insaputa di tutti) all’interno di Beecham House. Trattasi di Jean Norton (Maggie Smith), divenuta celebre come solista dopo aver abbandonato i successi del famoso quartetto esecutore di un indimenticato Rigoletto. Molti anni sono ormai passati da quando l’amore e il forte sodalizio amicale tra i quattro membri (il morigerato Reginald Paget, l’estroverso Wilfred Bond, la dolce e ormai svampita Cecily Robinson e l’austera Jean Norton) di quel rimpianto quartetto hanno lasciato il passo alla carriera solitaria di Jean, che per il successo ha abdicato ai suoi affetti più cari. Un lutto (quello di un amore mai vissuto proprio con la prima donna della musica) che Reginald Paget (ex marito della Norton) non è mai riuscito a elaborare e che ora, complice la convivenza forzata tra le mura di Beecham House, sarà invece costretto a fare.

Dopo aver preso parte a tante pellicole leggendarie e, soprattutto ultimamente, ad alcune altre che preferiremmo dimenticare, Dustin Hoffman, settantacinque anni portati benissimo, decide di passare dietro la macchina da presa. Lontano dagli Stati Uniti, Hoffman preferisce ambientare la sua storia di musica, amore e vecchiaia sulle verdi e pittoresche colline del Buckingamshire, dove una natura sempre rigogliosa contrappesa il lento, tranquillo risolversi della vita.

La regia dell’esordiente Hoffman è modesta, quasi timida e racconta queste piccole, adorabili storie di vitale senilità con una sobrietà più calligrafica che davvero elegante, alternando molti passaggi leziosi e sdolcinati ad alcuni momenti più pregnanti e poetici. Invero, eccezion fatta per le poche sequenze brillanti o emotivamente intense, il film resta visivamente ancorato a manierismi standardizzati (appartenenti per lo più alla grammatica patinata delle produzioni televisive britanniche, anche per questo migliori di quelle nostrane), utilizzati senza troppa efficacia né convinzione.

La pellicola risulta essere un vero e proprio elegante omaggio all’opera lirica e alla terza età, dove un gruppo di persone dimostra di avere ancora tanto da dare alla vita; il cast è davvero ben assortito: l’istrionico Wilf è pieno di quell’entusiasmo giovanile tipico di chi non si rassegna al passare del tempo, il serioso Reggie è l’espressione di chi non si è invece mai rassegnato per la fine di un amore e la distratta Cissy è la simpatica nonna che tutti vorrebbero avere.

Un piccolo delizioso film in cui il doppio premio Oscar Dustin Hoffman, senza velleità stilistiche né personalismi di alcun tipo, indossa il frac e afferra le bacchette per dirigere sulle note de La Traviata e del Rigoletto, in un crescendo di tonalità e di emotività, un’orchestra di eccellenti attori tra cui spiccano veri anziani musicisti capaci di commuovere lo spettatore mentre suonano e cantano lo spettacolo che li rese grandi in gioventù. Da non perdere, a questo proposito, i divertenti titoli di coda.