Tesnota

Tesnota è un film di genere drammatico del 2017, diretto da Kantemir Balagov ed interpretato da: Atrem Cipin, Olga Dragunova, Veniamin Kac, Anna Levit, Darya Zhovnar, Nazir Zhukov.


Tesnota, film diretto da Kantemir Balagov, è ambientato nel 1998, nella piccola e squallida città di Nalchik, in Caucaso.

Qui una famiglia ebrea, i Koft, viene sconvolta da una tragica notizia: il figlio minore, David (Veniamin Kac), è stato rapito. Dopo essere uscito con la sua fidanzata non è più tornato a casa e il mattino dopo i Koft ricevono una richiesta di riscatto.

Quella pretesa dai sequestratori è una soma così alta che la famiglia si vede costretta a vendere la sua piccola impresa e a chiedere aiuto alla comunità. Ma i conflitti latenti, celati fino allora, esplodono ferocemente, impedendo di fare passi avanti, e toccherà a Ilana (Darya Zhovnar), sorella di David, lottare contro tutto e tutti per sperare di poter abbracciare nuovamente suo fratello.

Ambientato negli stessi luoghi dove il regista è nato e cresciuto, basato sull’insieme di alcuni fatti reali avvenuti in quegli anni, Closeness (il titolo originale è abbastanza esplicativo) mantiene sempre alta la tensione opprimente e claustrofobica, data anche dalla situazione “ordinaria”: capitale della Repubblica Autonoma di Kabardino-Balkaria, Nalchik – seppur non direttamente – osservava con molta attenzione l’intensificarsi del secondo conflitto ceceno (nel film vengono mostrati alcuni videotape a dir poco estremi di alcune uccisioni) e, seppur da sempre integrati nel tessuto sociale del posto, gli ebrei preferivano – diciamo così – non dare troppo nell’occhio.

Allievo di Sokurov alla scuola di cinema creata presso l’Università di Nalchik, Balagov ha la capacità rara di affermare l’autonomia del suo sguardo, al di là di qualsiasi tributo d’onore o tentazione emulativa. Gioca tutto su questa dialettica tra la distanza e la prossimità, tra lo stare dappresso e il guardare da lontano. Dagli angoli, dalle visuali scomode. Come nella splendida scena di sesso, raccontata da una prospettiva quasi impossibile, a rispettare il pudore non tanto della narrazione, quanto della stessa protagonista, che si concede solo per conservare la sua libertà, e tra mille remore e rimorsi. Del resto, già nella “finzione” del sentito dire, della storia raccolta per tradizione orale, Balagov afferma la sua posizione ubiqua, interna ed esterna.

Tante, tantissime cose che si intrecciano e che Balagov riesce a calibrare in un racconto cadenzato, costruito da grandi sequenze o da piccoli tocchi di regia dove tutto sta al posto giusto. A cominciare dal formato 4:3 che imprigiona i personaggi e da un digitale buio o spesso in controluce che diventa quasi un limite alla visione. E poi piani sequenza di grande spessore che ricordano il cinema di Mungiu più che quello di Sokurov (basti pensare a come è raccontata la perdita della verginità della ragazza) e i colori di un paesaggio inospitale, a metà fra montagna e deserto che sembra sempre freddo e inabitabile (tutta la scena finale, girata in mezzo ai canyon delle valli caucasiche è a dir poco straordinaria). Non da ultimi gli spazi: con la sensibilità che è dei grandi autori il regista segue la ragazza dentro il villaggio in cui (quasi) tutto il film è ambientato, riuscendo a descriverne tanto l’anonima trascuratezza quanto il senso di imprigionamento.

In un lungo, disturbante piano sequenza, Balagov ci mostra pertanto il primo rapporto sessuale fra Ilana e Zalim. La macchina da presa si mantiene a debita distanza dai due partner, l’inquadratura è buia e la visuale offuscata: perché quell’amplesso non ha nulla dell’idillio sensuale o romantico, ma costituisce il culmine di un conflitto morale lacerante, l’autentico nucleo del film. Quel conflitto in base al quale Ilana è chiamata a decidere del proprio futuro e di quello del fratello, con un gesto che è innanzitutto un atto di quieta ribellione nei confronti della tradizione e di un destino che sembra già scritto, ma che lei è determinata a rovesciare, nonostante tutto.