The Canyons è un thriller noir ambientato a L.A. che parla dei pericoli, sia personali che professionali, che derivano dall’ossessione per il sesso e per l’ambizione. La storia ruota attorno alla turbolenta relazione tra Tara (Lindsay Lohan) una giovane aspirante attrice, e Christian (James Deen) un giovane e ricco produttore di film. La vicenda si complica quando nella vita di Tara si riaffaccia il suo ex, Ryan (Nolan Funk), in un’escalation di sangue, violenza, paranoia e crudeli giochi mentali.

Dalla mente di due iconoclasti per vocazione, Paul Schrader (sue, per esempio, le sceneggiature di Taxi driver e Toro scatenato nonché le regie di Adam resurrected e American gigolò) e Bret Easton Ellis (che al cinema aveva già dato, tra gli altri, il mediocre American psycho) non poteva che scaturire un film nel quale la morbosità dei legami viene data in pasto un tanto al chilo all’occhio dello spettatore.

In The Canyons  Schrader  inizia il film con inquadrature di cinema dismessi,  si affida al grande scrittore Bret Easton Ellis per la sceneggiatura, il quale riduce i dialoghi a frasi plastificate da soap opera intrise di un cinismo inerte , sceglie come attori paradigmatici una Lindsay Lohan attrice più nota per le sue disavventure legali che per meriti artistici, ragazza gonfia  e un tantino sfatta ma dotata ancora di un corpo attraente  sul quale scivola con disinvoltura professionale il pornodivo  James Deen, che in quanto eroe del porno mondiale porta su di sé la necrosi di un’arte destinata a scomparire. O a trasformarsi in modo radicale.

Persone e personaggi si confondono a tutti gli effetti e i due interpreti personali portano sullo schermo l’aura della realtà della loro vita. Un gioco meta-cinematografico che accostato alle visioni continue di cinema abbandonati e distrutti diventa messaggio chiaro di sconfitta. Il cinema è ora più che mai prodotto pensato per essere usato e gettato su vari formati digitali, la pellicola è morta, le arti e i mestieri dismessi.

Nel film spicca una Lindsay Lohan che, per la gioia dei suoi fan, appare in più occasioni svestita, complici bollenti amplessi che non mancano neppure di tirare in ballo membri in bella vista; man mano che nella propria vita si riaffaccia il suo ex Ryan, con le fattezze del Nolan Funk di Riddick (2013), complicando la situazione che arriva a trasformarsi in una escalation di sangue e giochi mentali.

Escalation che Schrader, includendo nel cast anche la Amanda Brooks di Flightplan – Mistero in volo (2005) e il Gus Van Sant regista di Belli e dannati (1991) e L’amore che resta (2011), inscena privilegiando i dialoghi e concedendo non poca importanza alla non disprezzabile prova sfoggiata dagli attori.

Scelte che lasciano tranquillamente intendere una certa impostazione teatrale dell’insieme, costruito su ritmi di narrazione talmente lenti da permettergli difficilmente di sfuggire alla letale morsa della fiacchezza.

Per non parlare del fatto che, una volta giunti ai titoli di coda, risulta piuttosto facile intuire la totale inutilità di un’operazione da grande schermo che lasciava in un primo momento intravedere interessanti premesse.

Insomma, benché queste righe possano risultare fumose a chi non ha ancora visto il film, si sappia che la tresca di sesso, droga, segreti e (ebbene sì) morte è delle più elementari e, lasciatecelo dire, delle più noiose. Una storia banale, se si vuole banale quanto può esserlo la realtà, scandita cinematograficamente da dialoghi sconcertanti per la loro povertà drammaturgica e da un ritmo fiacco. James Deen, per tutto il film, sfoggia un’incessante carrellata di facce impostate, e, già che c’è, non si risparmia un nudo integrale in cui, benché sia “a riposo”, fa comprendere al pubblico non aficionado per quale motivo la sua professione reale sia quella del pornostar. Lindsay Lohan, di suo, offre senza remore il proprio declino fisico, perfetto per la storia e per il personaggio: una stanca e debole ragazza dal viso gonfio e dalla voce “etilica” (o almeno nella versione in lingua originale), squassata dagli eventi. In definitiva, è lei l’unica nota positiva di un cast dove spicca per assoluta inadeguatezza il giovane Nolan Funk (conosciuto dal pubblico dei serial per “Glee”). Tra l’altro è proprio lui a “regalarci” – ultimo colpo basso di Scharder inferto al pubblico – l’ultimo fotogramma del film, con un primo piano da pesce rosso nell’acquario. Da segnalare una veloce apparizione di Gus Van Sant nel ruolo dello psicologo che ha in cura Christian.

Esteticamente“The Canyons” ci sembra il tentativo di recuperare un certo cinema tra anni ’80 e primi ’90 (da segnalare negativamente anche le musiche vorrei-tanto-essere-Giorgio-Moroder, di Brendan Canning e Me&John), evocante scenari algidi e asettici, nei quali per contrasto si svolgono storie di perdizione. Ma questo prodotto porno-soft, stanco e poco originale, arranca nell’anonimato inseguendo, solo superficialmente, modelli come Gus Van Sant e/o David Lynch.