The Irishman

The Irishman è un film di genere drammatico del 2019, diretto da Martin Scorsese ed interpretato da: Al Pacino, Robert De Niro, Joe Pesci, Harvey Keitel, Anna Paquin, Jesse Plemons, Stephen Graham, Bobby Cannavale, Aleksa Palladino, Jack Huston, Sebastian Maniscalco, Ray Romano, Kathrine Narducci, Paul Ben-Victor.


The Irishman, film diretto da Martin Scorsese, è incentrato sulla figura realmente esistita del criminale Frank Sheeran (Robert De Niro) detto “The Irishman”, veterano della seconda guerra mondiale, invischiato con il mafioso Russell Bufalino (Joe Pesci).

Attraverso gli occhi di Frank, nel corso dei decenni, viene raccontata la sua vita e la sua carriera mafiosa, tra cui uno dei più grandi misteri che ha ossessionato l’opinione pubblica statunitense, la scomparsa nel luglio 1975 del leggendario sindacalista Jimmy Hoffa (Al Pacino), amico dello stesso Sheeran. Un caso nel quale è inevitabilmente invischiato lo stesso Fank e che è rimasto irrisolto nel tempo. Nessuno è stato mai condannato né il corpo di Hoffa è mai stato ritrovato.

Il film offrirà un ritratto indedito dei segreti della criminalità organizzata del tempo: i suoi sistemi interni, gli imbrogli, le rivalità e i collegamenti con la politica tradizionale.

The Irishman, un film colossale. 3 ore e 30 di puro cinema. Una follia, per molti studi di produzione.

Nonostante i nomi coinvolti, le incertezze per i produttori erano difatti molte; a cominciare dalla necessità di utilizzare una tecnologia per ringiovanire un ormai anziano Robert De Niro. Il risultato, neanche a dirlo, è invece complessivamente più che riuscito. Non solo ci troviamo davanti ad un monito, un film che farà scuola: The Irishman rappresenta anche un immenso traguardo, sia per Scorsese, che per Netflix. Da una parte c’è la summa di quel tipo di cinema che Scorsese ha contribuito a costruire col passare degli anni, dall’altra, abbiamo invece quello che è sicuramente il più grande successo raggiunto da Netflix in termini produttivi, proiettando (si spera) lo studio verso nuovi orizzonti.

Scorsese filma un’epopea magniloquente, dove l’intreccio e lo scorrere del tempo sembrano fondersi in un unicum difficilmente ripetibile.

Rispetto al passato mancano i guizzi che caratterizzavano i già citati Goodfellas e Casino. Un peccato, certo. Ma è tremendamente comprensibile: The Irishman è il lento, inesorabile canto del cigno di un genere che, da qui in avanti, dubitiamo potrà più avere epigoni lontanamente paragonabili. Il crepuscolo di un cinema che, supponiamo, non esisterà più.

The Irishman ha in superficie molte cose in comune con Mean Streets, Quei bravi ragazzi e Casinò, e in profondità altrettante del tutto diverse.

È di nuovo il racconto a posteriori, cioè tutto in flashback, di un sopravvissuto: un killer al servizio della malavita (De Niro), a lungo guardia del corpo personale del più celebre sindacalista di tutti i tempi, Jimmy Hoffa (Pacino). Sopravvissuto a tutti, ai pari grado, ai piccoli boss, ai criminali leggendari, alle teste calde e alle mezze cartucce; sopravvissuto a un certo modo di intendere la vita e il crimine, sopravvissuto alla prigione e al lusso; sopravvissuto alla propria morale e all’amore dei suoi familiari. Nelle tre ore e mezzo che si prende, Scorsese – sopravvissuto a sua volta a tante diverse idee di cinema, a tanti autori coetanei e più giovani, a tante reincarnazioni dell’industria dell’intrattenimento, a tante polemiche e tanti successi – affonda nell’anima nera di questo “imbianchino” della mafia, mostrando come cadono i pezzi, fino all’ultimo e più grosso, fino a che di quell’anima non resta più niente.

È invece per la prima volta un viaggio non solo senza lieto fine, ma senza fine alcuno, senza cioè la consolazione di una qualsiasi catarsi, senza il riposo di una coscienza alleggerita né il conforto intellettuale di una presa di coscienza. Il protagonista di The Irishman finisce, assieme al film, ma non arriva. Da nessuna parte.

Attraverso una storia fatta di amicizia, omertà, politica e tradimenti intercorsi tra gli straordinari Frank Sheeran di Robert De Niro, Russell Bufalino di Joe Pesci e Jimmy Hoffa di Al Pacino (mattatore del film), The Irishman di Martin Scorsese racconta di un’epoca ormai sbiadita senza spettacolarizzazioni o esaltazioni dell’universo gangster come fatto in Casinò o Quei bravi ragazzi, cantando un’ode invece a suo modo viscerale e delicata alla caducità del tempo e al paradossale rapporto con l’immortalità delle azioni compiute. È il C’era una volta in America del regista di New York, ugualmente nostalgico e malinconico seppur diverso nell’approccio registico, che richiama alla mente soprattutto sonorità e tinte del french noir – al di là di altri elementi presi in prestito dalla sterminata filmografia scorsesiana. Un film intenso, profondo, lungo e disconnesso come la vita dei protagonisti, come la loro moralità e le relazioni che sono andati a creare, rafforzatesi o distruttesi nel tempo. La romantica epopea esistenzialista di una criminalità demitizzata e più viscerale, dove l’esigenza personale del regista incontra la tecnologia e il budget di un film studio, regalandoci un’opera complessa, ispirata e profondamente desiderata.