The Other Side of the Door

The Other Side of the Door racconta la vicenda di una famiglia che, durante una tranquilla vacanza, viene colpita da un tragico incidente che porta alla morte del loro giovane figlio.


La madre – inconsolabile – venendo a conoscenza di un antico rituale in grado di riportare indietro suo figlio per un ultimo saluto, intraprende un viaggio verso un antico tempio. La donna scopre così una misteriosa porta, il confine tra il mondo dei vivi e dei morti. Quando però disobbedisce al sacro ordine di non aprirla, l’equilibrio tra i due mondi viene sconvolto.

Non sono in molti ad aver sentito parlare di Johannes Roberts. È un regista inglese, forse un mestierante, che ha cominciato sin da giovanissimo a dirigere film di genere per l’home video, restando per lungo tempo confinato al low-budget. Tra i suoi titoli più noti si ricorda senza dubbio La foresta dei dannati (Forest of the Damned, 2005), il thriller on the road Roadkill (2011) e il fantascientifico Storage 24 (2014). Con The Other Side of the Door abbiamo invece il salto di qualità. Galeotto è stato senza dubbio il budget maggiorato, e galeotto del budget è stata l’amicizia di vecchia data che il regista vantava con i produttori indiani. Quindi una co-produzione tra India e Regno Unito, che vede tra i maggiori finanziatori l’apprezzato regista francese Alexandre Aja.

The other side of the door è un horror dal sapore abbastanza classico nel quale le buone idee di partenza, seppur non originali, vengono penalizzate da alcune forzature stilistiche sin troppo invadenti. Settima prova per il grande schermo dell’inglese Johannes Roberts, autore nella sua carriera di inguardabili z-movie, il film sfrutta troppo un’eccessiva oscurità ambientale, non sempre giustificata, per infondere massicce dose di suspense tensiva atte a dar vita ad improvvise apparizioni e facili spaventi.

La cosa più originale della pellicola è, indubbiamente, l’ambientazione in India, dove The Other Side of the Door colloca una storia gotica di quelle che il genere ci ha abituato a immaginare in ben altri contesti. Ciò non significa che i personaggi indiani siano approfonditi da un punto di vista etno-sociologico (sono tutti servi o fantasmi e, nella scena più francamente horrorifica, cucinano pietanze brulicanti di scarafaggi); però la congiunzione del repertorio horror con un’iconografia indù è sicuramente una novità non da poco per la cinematografia di genere. Maria e Michael, coppia di americani a Mumbai, mettono su famiglia, hanno due bambini e vivrebbero felici e contenti se un terribile incidente (un’auto sommersa dalle acque; sequenza piuttosto impressionante) non li privasse del maschietto, il piccolo Oliver. Commossa dalla disperazione della povera Maria, la serva indiana Piki le parla di un tempio misterioso, dove un portale segna la linea di passaggio tra i vivi e i morti. La madre ci va e compie un rituale per evocare Oliver. L’intenzione sarebbe quella di un ultimo addio; ma, così facendo, la donna scatena l’inferno in terra.

Con un plot non originale inserito in un contesto originale, il film si rivela funzionale e funzionante, raggiungendo un equilibrio intelligente grazie alla sceneggiatura, scritta insieme a Ernest Riera, che si sviluppa attraverso immagini costruite, congetturate, inserite nel modo migliore e soprattutto al punto giusto. La riesumazione del bambino morto, un chiaro riferimento a Pet Sematary, opera del terrore tanto amata dal regista, è un piccolo gioiello di disgusto, con la salma corrotta che si decompone tra le mani della donna, il buio dei sepolcri, l’insana sensazione di qualcosa che sta per accadere. Per il resto del film, la paura si insinua negli angoli dell’abitazione di questa coppia di stranieri, si nasconde, appare nei momenti più importanti, come cavalcando il climax che il contorno gotico riesce a rappresentare abbastanza bene.

Come accennavamo pocanzi, niente di nuovo, vagamente rimanda al cimitero vivente, ma la location è gradevole il film si lascia guardare e intrattiene in modo più che efficace, il che rende questo film un prodotto da visionare almeno una volta sul grande schermo.