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Tonya

Tonya è un film di genere biografico, drammatico del 2018, diretto da Craig Gillespie ed interpretato da: Margot Robbie, Sebastian Stan, Allison Janney, Julianne Nicholson, Bobby Cannavale, Paul Walter Hauser, Caitlin Carver, Bojana Novakovic, Mckenna Grace.


Tonya si basa sulla vita della pattinatrice Tonya Harding (Margot Robbie), protagonista di uno dei più grandi scandali sportivi nella storia degli Stati Uniti.

Prima atleta americana a distinguersi durante i campionati nazionali statunitensi del 1991, per l’esecuzione perfetta di un triplo axel, la parabola discendente della sua carriera comincia appena un anno dopo, quando si piazza in quarta posizione ai Giochi olimpici di Albertville. Conosciuta per il temperamento focoso, che plasma anche lo stile energico e scattante, la Harding finisce sulle pagine dei quotidiani come responsabile dell’aggressione della rivale Nancy Kerrigan (Caitlin Carver). Colpita alle gambe da uno sconosciuto dopo gli allenamenti, la Kerrigan è costretta a ritirarsi dai campionati nazionali. L’incidente pilotato dall’ex marito di Tonya, Jeff Gillooly (Sebastian Stan), consacra la protagonista come una delle figure più controverse e competitive dello sport americano.

Il film di Craig Gillespie (L’ultima tempesta, Fright Night) punta il dito contro una società di maschere, che si preoccupa solo dell’apparenza. La verità non interessa a nessuno. La Federazione deve promuovere un’atleta che sia un esempio sano per il Paese, non una ribelle che insulta i giudici durante la gara e sembra uno scaricatore di porto nei modi e nel linguaggio. L’immagine è essenziale, il talento passa in secondo piano. I media plasmano gli eventi, non si interrogano sulle cause o sui drammi che hanno preceduto la follia: per fare audience bisogna alzare il volume, sembra gridare il regista. E nell’era delle fake news, fa più ascolti un albero che cade di una foresta che cresce.

Qual è la verità? Di chi ci si può davvero fidare mentre si rivolge direttamente alla platea? Ognuno ha la sua versione dei fatti, e la sensazione è che non sapremo mai dove la cronaca si trasforma in inganno, un raggiro che la sportiva di turno deve mettere in piedi per sentirsi innocente. Assolta dal pubblico, condannata per l’eternità. Già Kurosawa si interrogava sul limite di ogni punto di vista, sull’impossibilità di svelare il mistero che si nasconde dietro alla violenza. Bisogna superare le apparenze, andare oltre gli ammicchi e le lacrime (spesso di coccodrillo), e forse, anche così, lo spettatore non riuscirà a riemergere da questa pioggia di bugie.

Tonya visto senza aspettarsi un’identità di genere, è un film che spiazza e spezza tutti i confini con il cinema. Sembrerebbe (nel primo tempo) un falso film controcorrente, sembrerebbe nel secondo tempo un’opera sull’epica famigliare che strizza l’occhio al miglior Scorsese. Gioca con i formati che anche al più virtuoso Xavier Dolan verrebbe la nausea. I, Tonya può essere definibile come una “giostra cinematografica” alla stregua di “American Hustle”.

Parliamoci chiaro, non è il solito film sul campione sportivo. E’ molto meglio. Più avvincente del “Borg McEnroe”: Björn Borg usciva senza i soldi per il caffè a Montecarlo e il barista non lo riconosceva. Più spassoso di “La guerra dei sessi” di Jonathan Dayton e Valerie Faris, già registi di “Little Miss Sunshine”: la battaglia di Billie Jean King per essere pagata come i tennisti maschi, contro il maturo Bobby Riggs che mandava in campo un maialino per screditarla. Non è tennis, per cominciare. Ma il meno nobile – vorranno scusarci i fanatici – pattinaggio artistico. Per mettere subito le carte in tavola, Graig Gillespie dice che il film si basa su interviste “totalmente vere, totalmente contraddittorie, prive di ironia”. Intende, prive di “autoironia”: ognuno si prende terribilmente sul serio – non solo lo sciocco che ha detto a tutti di lavorare per l’Fbi, e forse lui fermamente ci crede – e intanto le spara grossissime. L’ironia – venata di nero e di grottesco – viene dalla messa in scena: sguardi e discorsi in macchina, come un finto documentario, alternate a scene realisticamente ricostruite.

Il progetto tenta con una chiarezza di intenti invidiabile di sviscerare tutte le contraddizioni insite nell’incidente del 1994, approfondendo il background sociale e familiare della protagonista e del resto dei personaggi. E se a spiccare tecnicamente è la regia di Gillespie, a imporsi su tutti sono due magnifiche Margot Robbie e Allison Janney, entrambe sorprendenti e pronte a stringere la statuetta dell’Academy tra le mani.