Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità

Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità è un film di genere biografico, drammatico del 2018, diretto da Julian Schnabel ed interpretato da: Willem Dafoe, Oscar Isaac, Mads Mikkelsen, Rupert Friend, Mathieu Amalric, Niels Arestrup, Stella Schnabel, Patrick Chesnais.


Dopo oltre vent’anni dall’uscita del film su Basquiat, il regista Julian Schnabel torna a raccontare la grande arte, questa volta portando sul grande schermo con Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità gli ultimi e tormentati anni di Vincent Van Gogh.

Un ritratto dell’irrequieto pittore olandese – qui interpretato da un sorprendete Willem Dafoe – dal burrascoso rapporto con Gauguin (Oscar Isaac) nel 1988 fino al colpo di pistola che gli ha tolto la vita a soli 37 anni. Un frangente di vita frenetico quello preso in considerazione, che ha portato a momenti molto produttivi e alla conseguente creazione di capolavori che hanno fatto la storia dell’arte e che tutt’oggi continuano a incantare il mondo intero.

22 anni dopo Basquiat – e otto dall’ultima regia, Miral – l’artista Julian Schnabel porta sul grande schermo un altro celeberrimo collega, forse il più celebre: l’inquieto pittore olandese è inquadrato nell’ultimo periodo della sua breve vita – se ne è andato nel 1890 per un colpo di pistola – tra iperproduttività, “sana follia” e zero vendite delle sue tele.

Nelle intenzioni At Eternity’s Gate, da noi Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità, non consegna uno sguardo filologico, ovvero biografico, sull’artista, bensì – siamo a Venezia, concediamocelo – una sorta di Doppelganger, una congruenza di Van Gogh e Schnabel, che proietta la propria immagine e la propria arte su quella di Vincent. L’immagine, in effetti, è centrale: libera, mossa, sfocata – parzialmente sfocata nella parte bassa, come a rendere un difetto visivo, ma senza coerenza – ed erratica, declina in altro modo lo specifico, l’idiosincratico, l’unicissimo messo su tela da Van Gogh, come volesse accostare a quella un’altra arte, uguale e contraria.

Tanta natura, spighe e rami di fico, il vento, la luce, il sole, e fin qui va anche bene, ma questa anarchia strutturata è contrastata, fraintesa se non vilipesa, e quasi annullata dai dialoghi: dagli scambi con Gauguin alla disamina cristica col prete (Mads Mikkelsen), dalla tenzone verbale col Dottor Gachet (Mathieu Amalric) agli incontri con Theo, è una lunga teoria di didascalie, spiegoni sull’arte, l’artista e l’infinito mondo tra follia, Dio e senso esistenziale.

Al film di Schnabel sembra mancare un azzardo personale e un’appropriazione reale di Van Gogh, ma è un’operazione, se ci si accontenta, in tutto e per tutto diligente, a suo modo esaustiva: c’è l’amicizia con il celebre collega Paul Gauguin, interpretato in maniera volatile da Oscar Isaac, una certa scolasticità non priva di sentimento nel raccontare il rapporto (decisivo) col fratello Theo, incarnato da Rupert Friend, fino ad approdare a un epilogo in cui si propone un’interpretazione decisamente inedita e non certo maggioritaria dell’epilogo della vita di Van Gogh e del suo suicidio.

La scelta di rinunciare all’agiografia istituzionalizzata è ammirevole, ma viene portata avanti solo in parte. È un film fatto di troppa regia mentale e poca materia e, persino, di qualche contraddizione stilistica. Nel raccontare la follia dell’artista si affida prevalentemente alle parole, all’accumulo di voci che rimbombano nella testa. Quando si tratta di portare avanti il racconto emotivo e la riflessione artistica il film si impantana e si scopre improvvisamente bisognoso di lunghi dialoghi e scene didascaliche – le conversazioni con il medico, il prete, l’amico Gaugin. A quel punto diventa un cinema di primi piani e dissolvenze, che finisce con il danneggiare anche la convinta interpretazione di Willem Dafoe, premiato con la Coppa Volpi come miglior attore al Festival di Venezia. Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità sembra un’opera più pensata che vissuta nella pelle. Gradualmente trapela un’insicurezza che affatica il progetto. E dietro l’ostentazione dei controluce, dei fuori fuoco, di soggettive e inquadrature mosse e sghembe il film di Schnabel tradisce in verità una sfiducia quasi patologica nei confronti dell’immagine e della sua potenza simbolica.