In Vizio di forma, al centro della storia è un investigatore privato, Doc Sportello, che esercita il suo lavoro nella Los Angeles degli anni Settanta.


Una visita inattesa della sua ex lo coinvolge in un caso bizzarro che coinvolge ogni sorta di personaggi, surfisti, traffichini, tossici e rocker, uno strozzino assassino, detective della LAPD, un musicista sax tenore che lavora in incognito ed una misteriosa entità conosciuta come Golden Fang, che potrebbe essere solo una manovra per eludere il fisco messa in piedi da alcuni dentisti…

Erano anni in cui l’espansione del movimento degli hippy, paladini della critica nei confronti del modello capitalista occidentale, si scontrava con l’ideologia della medio-alta borghesia pronta a impugnare manganelli e armi per proteggere la propria realtà, protetta da bianchi steccati.

Larry Sportello, chiamato Doc, (interpretato da Joaquin Phoenix) ha deciso di schierarsi da quella che allora veniva definita “the wrong side of the street” (la parte sbagliata della strada). Doc, detective privato, tra una sigaretta corretta e un siesta, risolve casi di omicidi, tradimenti e debiti irrisolti.

Sarà il ritorno della sua ex, Shasta (Katherine Waterston) a stravolgergli ulteriormente la vita. La donna vuole infatti evitare che, il miliardario Mickey Wolfmann, suo amante, venga internato dalla moglie e dall’amante di quest’ultima. Doc accetta di aiutarla.

Tentando di risolvere il caso, si troverà inconsapevolmente coinvolto in diverse vicissitudini accomunate da un minimo comun denominatore: le droghe, sia esse pesanti che leggere; e le donne.

Sotto l’effetto delle sostanze psicotrope che assume con regolarità e stravaganza (lo vedrete attaccato a una bombola d’ossigeno), Doc manda avanti le sue indagini e le situazioni in cui si trova sono talmente surreali che a volta è difficile distinguere se le stia realmente vivendo o se siano frutto di un suo personalissimo trip mentale.

Sia nel ponderoso e labirintico romanzo che nel film, a muovere le azioni del protagonista è l’amore infelice, perduto, idealizzato e dunque eterno. Anderson porta il libro sullo schermo nella migliore versione possibile, accentuandone gli elementi sentimentali e romantici e dipingendo, con la forza di una felice immaginazione visiva, un’epoca psichedelica dove il peace & love è stato ormai sostituito dalle droghe e dal sesso a pagamento, e dove un improbabile cavaliere con molte macchie e un po’ di paura è impegnato in una difficile quest. Di questo mondo Doc conosce riti, volgarità ed edonismo e veste gli abiti corrispondenti ai vari ruoli sociali come una tuta mimetica e non con la narcisistica vanagloria dei suoi abitanti.

Da spettatori, non mettiamo mai in dubbio la ricostruzione di Anderson: come se fossimo appena scesi dalla macchina del tempo, ci troviamo catapultati in un periodo storico da dove usciremo solo al termine del film. Assieme a Doc incontriamo una bizzarra fauna di personaggi, dotati di spessore e peso specifico anche quando restano poco tempo in scena (citiamo solo a titolo d’esempio l’apporto di Eric Roberts). A volte invece queste figure invadono letteralmente lo spazio vitale del protagonista con la loro dirompente fisicità, non solo nel caso di Shasta, ma anche in quello del detective “Bigfoot” Bjornsen (un’altra grande prova di Josh Brolin), che è in tutto e per tutto l’esatto contrario di Doc e che proprio per questo ne è respinto e prova per lui al tempo stesso un’attrazione quasi sessuale, evidenziata da momenti esilaranti in puro stile slapstick, ispirati alle demenziali scenette dei Three Stooges.

Già citando alcune parti inerenti alla trama del film, si comprende come la storia messa in scena dal regista possieda una complessità di fondo davvero notevole. Tutta la narrazione è collegata da un filo invisibile, impercettibile all’uomo. Il caos domina la scena trascinando il personaggio in luoghi incredibili, da un alloggio di prostitute lesbiche, passando per un azienda di dentisti professionisti. Il tutto è condito dalla presenza di personaggi alquanto insoliti all’occhio del pubblico odierno, dai bikers nazisti agli agenti dell’FBI mostrati in modo ottuso, privi di intelligenza. L’amore per la donna, o meglio il “vizio intrinseco” che avvolge il protagonista, lo porta tuttavia a accettare questa condizione, girovagando per le strade di Los Angeles non solo in cerca della verità, ma cercando di riottenere l’amore della giovane Shasha, che diviene in questo modo la sua musa per tutta la durata del film. Qui l’interpretazione di Joaquin Phoenix è stata a dir poco sublime, denotando come lui sia davvero capace di entrare nel cuore del protagonista, mostrandone ogni aspetto con grande espressività e intensità. La pecca di questo film è stata tuttavia la durata (a dir poco eccessiva). Due ore e mezza di girato avrebbero avuto senso se fossero accompagnate da delle inquadrature dinamiche, in grado di alleggerire la visione, ma non si può certo cambiare lo stile di Anderson, composto da campi lunghi e riprese molto statiche, già notate ne Il Petroliere e in The Master. Vizio di forma nel complesso è un buon prodotto, che coinvolge grazie a personaggi fuori dal comune e a intuizioni davvero geniali, (come il richiamo all’Ultima Cena) anche se nella seconda parte, purtroppo, si spegne, perdendo notevolmente la vivacità che nella prima fase riusciva a garantire.

In conclusione possiamo affermare che, se andrete a vedere questa pellicola, vi troverete di fronte ad un film fuori dall’ordinario dalla trama e dalle atmosfere altamente psichedeliche che sapranno intrattenervi.